Campari apre un nuovo fronte nella propria strategia di razionalizzazione, valutando la possibile dismissione di tre marchi simbolo della tradizione liquoristica nazionale: Averna, Braulio e il mirto sardo Zedda Piras. L’indiscrezione, riportata dal Corriere della Sera il 23 novembre, arriva a poche settimane dalla cessione di Cinzano e Festina al gruppo Caffo e conferma la volontà del nuovo ceo Simon Hunt di alleggerire un portafoglio considerato ormai troppo ampio e disomogeneo.
Secondo quanto riferito, la regia dell’analisi sarebbe affidata a Mediobanca, già advisor nella vendita di Cinzano, chiusa per circa 100 milioni di euro. I tre brand oggetto di possibile dismissione generano complessivamente circa 80 milioni di fatturato e, secondo gli analisti, presentano una redditività inferiore a quella media del gruppo: Equita stima un gross margin tra il 25 e il 30% contro il 42% del perimetro Campari.
Il mercato, intanto, si muove. Sempre secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, tra i possibili acquirenti figurerebbero nomi noti del mondo degli spirits italiani: dal gruppo Montenegro della famiglia Seragnoli a Illva Saronno, da Fratelli Branca Distillerie al gruppo Lucano 1894. A questi si aggiunge il nome di NewPrinces di Angelo Mastrolia, recentemente entrato nel mondo degli spirits con l’acquisizione dello storico sito ex Cinzano da Diageo.
Queste operazioni si inseriscono in una cornice strategica ben definita. Allo Strategy Day di inizio novembre, Hunt ha ribadito che un portafoglio da 72 marchi non è più sostenibile e che circa 30 brand – pari al 9% dei ricavi – sono potenzialmente cedibili. Il gruppo intende concentrare gli investimenti sui marchi globali ad alto potenziale, con Aperol come asse portante della crescita internazionale, affiancato da Campari, Espolòn, Courvoisier e Wild Turkey. Gli aperitivi, che valgono circa il 40% del fatturato, restano il perno attorno a cui ruoterà lo sviluppo dei prossimi anni.
La dismissione degli amari italiani rappresenterebbe la prima fase di un piano più ampio che potrebbe coinvolgere anche brand locali in Brasile, Jamaica e altri mercati sudamericani, coerentemente con l’obiettivo di semplificare la struttura e rafforzare la redditività.
La notizia ha trovato riscontro anche nei mercati finanziari: il titolo Campari è salito in Borsa, con analisti come Equita e Intermonte che giudicano positivamente una possibile cessione. Per gli esperti, l’uscita da marchi “storici ma non strategici” — come li ha definiti il Corriere della Sera — permetterebbe di migliorare la qualità del mix, liberare capitale e accelerare la crescita dei marchi globali. Una scelta che segna un passaggio simbolico per Campari, sempre più orientata verso una dimensione internazionale e sempre meno legata al perimetro domestico.


















