La Spagna si trova al centro di un momento delicatissimo per il suo comparto suinicolo, un settore che rappresenta uno dei pilastri dell’agroalimentare europeo e che negli ultimi dieci anni è diventato un hub strategico per l’export mondiale. L’avanzata della peste suina africana (ASF) nei Paesi dell’Est Europa e nel Nord Africa, insieme alla crescente pressione sanitaria lungo le frontiere, ha spinto Madrid a varare un pacchetto di misure straordinarie per proteggere un’industria che vale miliardi di euro e che ha costruito il proprio successo sulla capacità di coniugare efficienza produttiva, biosicurezza e forte presenza nei mercati asiatici. Il rischio che anche un solo caso possa bloccare l’export verso Cina, Giappone o Corea del Sud – come accadde alla Germania nel 2020 – ha accelerato un meccanismo difensivo senza precedenti, nel quale la tempestività è diventata un fattore competitivo tanto quanto la qualità delle carni.
Il cuore del problema risiede nell’interconnessione profonda tra il modello produttivo spagnolo e gli equilibri globali della carne suina. La Spagna è oggi il principale esportatore dell’Unione Europea e uno dei primi al mondo, e la domanda internazionale, soprattutto asiatica, rappresenta una quota rilevante dei ricavi delle grandi aziende del settore. La comparsa della ASF nelle regioni vicine, anche se formalmente esterne al territorio spagnolo, alimenta un rischio di spillover che obbliga il governo ad aumentare controlli sanitari, ispezioni negli allevamenti, misure di disinfezione lungo le rotte commerciali e verifiche rafforzate su trasportatori e macelli.
Questo sforzo non è solo sanitario: è una vera tutela economica, perché la chiusura dei mercati extra-UE scatenerebbe un effetto domino difficile da contenere. Il mercato interno verrebbe immediatamente saturato da volumi destinati all’export, i prezzi crollerebbero, le imprese di trasformazione perderebbero margini e le filiere collegate subirebbero un rallentamento brusco. Parallelamente, a livello internazionale, Cina e Sud-Est asiatico si rivolgerebbero a Stati Uniti, Brasile e Canada, alterando gli equilibri globali e innescando rialzi dei prezzi che avrebbero ripercussioni dirette anche in Europa.
Per l’Italia, il riflesso sarebbe duplice. Da una parte, la riduzione delle esportazioni spagnole potrebbe aprire spazi commerciali per alcuni prodotti premium, valorizzando l’offerta dei trasformatori italiani sul mercato europeo. Dall’altra, un aumento dei prezzi della materia prima avrebbe impatti immediati su salumifici, produttori di insaccati e aziende della trasformazione che dipendono in parte dalle carni spagnole. Anche la GDO risentirebbe della volatilità dei listini e avrebbe difficoltà a garantire continuità nell’assortimento, soprattutto nelle categorie più price-sensitive. La questione spagnola, insomma, non è solo un tema nazionale: è una variabile sistemica che coinvolge l’intero mercato europeo e che richiede alle imprese italiane un monitoraggio costante, la capacità di diversificare gli approvvigionamenti e una maggiore attenzione ai fattori di rischio legati alle zoonosi.
La situazione attuale non è ancora critica, ma è sufficientemente complessa da meritare prudenza e analisi. L’impegno della Spagna nella biosicurezza dimostra che il Paese ha compreso la portata del rischio e la necessità di difendere un settore che da solo contribuisce in modo sostanziale al suo export agroalimentare. Tuttavia, la natura stessa della peste suina africana, altamente contagiosa e persistente, suggerisce che la prevenzione non sarà mai totale e che l’Europa dovrà convivere ancora a lungo con un livello di allerta elevato. La riflessione più ampia riguarda la fragilità degli equilibri agroalimentari globali: un singolo focolaio può ribaltare flussi commerciali, costringere interi comparti a ripensare le proprie strategie e riaccendere il tema, spesso sottovalutato, della sicurezza sanitaria come componente essenziale della competitività internazionale.
In questa fase, la lezione principale è che la stabilità del sistema dipende non solo dai controlli sanitari, ma anche dalla capacità di pianificare, diversificare e anticipare. La Spagna lo ha compreso e sta agendo con decisione. Per tutti gli attori europei, Italia compresa, la domanda non è se il rischio diminuirà, ma quanto velocemente saremo in grado di adattarci quando tornerà a crescere.
















