Dal rischio all’opportunità: cosa non si sta capendo davvero dell’accordo UE–Mercosur

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Nel dibattito politico europeo l’accordo UE–Mercosur viene spesso raccontato come un compromesso fragile, carico di rischi per l’agricoltura e l’ambiente. In realtà, per chi conosce davvero il continente sudamericano e ne legge le dinamiche industriali e distributive, il trattato rappresenta una delle più grandi opportunità strategiche degli ultimi decenni, in particolare per la produzione alimentare italiana.

L’Europa apre un mercato che non è solo vasto, ma strutturalmente in trasformazione. E l’Italia, più di altri Paesi UE, ha le competenze industriali, la cultura produttiva e il posizionamento qualitativo per trarne un vantaggio competitivo duraturo.

A inizio 2026 l’accordo di partenariato e libero scambio tra Unione Europea e Mercosur ha superato uno snodo decisivo: il via libera politico del Consiglio UE alla firma. La firma formale è prevista a gennaio, ma il trattato dovrà ancora essere ratificato dal Parlamento europeo e, per la parte di partenariato, anche da diversi parlamenti nazionali.

Le frizioni restano evidenti. Francia, Austria, Irlanda, Polonia e Ungheria mantengono forti riserve, soprattutto su agricoltura e ambiente. Tuttavia, il compromesso raggiunto nel 2025 – con l’introduzione di salvaguardie agricole, strumenti di intervento sui mercati e un rafforzamento dei meccanismi di tutela per gli agricoltori europei – ha permesso di sbloccare un dossier fermo da oltre vent’anni.

È importante chiarirlo: l’accordo non è una liberalizzazione selvaggia, ma un processo graduale, regolato, con tempistiche lunghe (fino a 15 anni) e con una forte asimmetria normativa a favore dell’UE.

Il perimetro economico: perché il Mercosur conta davvero

Una volta pienamente operativo, l’accordo coprirà oltre 700 milioni di consumatori, con l’eliminazione progressiva dei dazi su circa il 91–92% del valore degli scambi. Per le imprese europee il risparmio stimato è di 4–4,5 miliardi di euro l’anno in dazi.

Ma il dato più rilevante non è quantitativo: è strutturale.

Il Mercosur non è un mercato omogeneo, bensì un continente economico con livelli di sviluppo, modelli distributivi e assetti industriali profondamente diversi. Ed è proprio qui che si apre lo spazio per l’industria italiana. Il caso più emblematico è il Brasile. Storicamente uno dei mercati più protetti al mondo, oggi vale oltre 190 miliardi di dollari alle vendite solo nel mass market retail ed è attraversato da una trasformazione profonda dei formati distributivi, delle private label e delle filiere di approvvigionamento.

Il retail brasiliano è tra i più avanzati dell’America Latina per capacità logistica, penetrazione dei format discount e cash & carry, evoluzione delle marche del distributore, attenzione crescente a qualità, tracciabilità e standard.

Per la produzione alimentare italiana questo significa una cosa sola: non esportare solo prodotto, ma modello industriale. Il valore non è nel volume, ma nella capacità di trasferire know-how, ricette, processi e standard europei in un mercato che li richiede, ma non li possiede ancora su larga scala.

Ancora più sottovalutato è il Paraguay. Un mercato interno limitato, ma con una leva normativa potentissima: la Ley Maquila, che consente di produrre localmente con una tassazione estremamente agevolata, mantenendo l’accesso preferenziale ai mercati regionali.

In questo contesto, gruppi retail locali strutturati – come Grupo Viercy – stanno valutando joint venture industriali con aziende europee, in particolare italiane.

Il modello è chiaro: produzione in Paraguay, costi fissi e fiscali ridotti, accesso privilegiato a Brasile, Argentina e Uruguay, possibilità di servire, con la stessa base industriale, l’intero continente sudamericano.

Per un produttore italiano questo significa scalabilità continentale senza perdere il controllo qualitativo.

Una parte del dibattito europeo parte da un presupposto errato: che le aziende sudamericane siano immediatamente in grado di competere con quelle europee sul mercato UE. La realtà è molto diversa.

Entrare nel mercato europeo significa rispettare protocolli sanitari, ambientali, sociali e di tracciabilità estremamente stringenti. Solo una minima percentuale delle imprese produttive del Mercosur è oggi in grado, anche solo teoricamente, di adeguarsi a questi standard nel breve periodo.

Il rischio di “invasione” è quindi ampiamente sovrastimato. Al contrario, l’asimmetria normativa gioca a favore dell’Europa: chi vuole entrare deve alzare il livello, non abbassarlo.

Per l’Italia l’accordo UE–Mercosur è una leva industriale, non solo commerciale. Le nostre imprese sono particolarmente adatte a: trasferire know-how produttivo, sviluppare private label evolute, costruire filiere ibride Europa–Sud America, valorizzare qualità, origine e processo.

In questo scenario, operatori come Food Retail Italia – attivi direttamente sul territorio sudamericano e in costante dialogo con i principali gruppi retail locali – rappresentano un ponte operativo concreto tra produzione italiana e mercati Mercosur.

Non si tratta di “vendere di più”, ma di posizionarsi prima in un continente che sta ridefinendo le proprie catene del valore.

 L’accordo UE–Mercosur non è privo di criticità, ma la portata delle opportunità supera di gran lunga le insidie. Per l’Europa è una scelta geopolitica, per l’Italia è una scelta industriale.

Ignorare questa finestra significherebbe lasciare spazio ad altri Paesi europei – o extraeuropei – più rapidi nel comprendere che il Sud America non è un rischio da contenere, ma un ecosistema da costruire insieme. E questa volta, davvero, chi arriva per primo costruisce il mercato.

Accordo UE–Mercosur

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