Nel 2026 la competitività dell’agroalimentare italiano passa sempre più dalla capacità delle aziende agricole di innovare processi, ottimizzare i costi e integrare pratiche sostenibili nella gestione operativa. I dati dell’Indagine Multiscopo dell’Agricoltura riferita al 2024 e diffusi da Istat, delineano però un sistema ancora fortemente polarizzato: solo il 12% delle imprese ha realizzato negli ultimi cinque anni interventi di innovazione tecnica o gestionale, con un marcato divario territoriale e dimensionale.
Il Nord-est si conferma l’area più dinamica, con il 24,5% di aziende innovatrici, seguito dal Nord-ovest (19,4%), mentre il Centro (10%), il Sud (6,2%) e le Isole (8,1%) evidenziano una minore intensità di investimento. La leva dimensionale è decisiva: tra le aziende oltre i 50 ettari la quota di innovatrici sale al 34,6%, contro il 7,9% delle realtà sotto i 10 ettari, segnalando come scala produttiva e accesso al capitale restino fattori chiave.
Sul piano strategico, oltre il 74% delle aziende che innovano punta all’aumento delle rese produttive, mentre il 41,4% investe nella gestione efficiente delle risorse idriche e il 39,2% nella tracciabilità e sicurezza alimentare. Nel Mezzogiorno, pur a fronte di una minore incidenza complessiva di imprese innovative, gli interventi risultano più orientati alla sostenibilità idrica, alla difesa del suolo e al controllo delle malattie delle colture.
L’86,6% delle decisioni di innovare nasce internamente all’azienda, a conferma di un modello imprenditoriale ancora fortemente autonomo. Dal punto di vista finanziario, il 76,5% degli investimenti è coperto con risorse proprie, mentre la PAC rappresenta uno strumento determinante soprattutto nel Centro-Sud, dove il ricorso ai fondi europei supera il 50% dei casi.
La sostenibilità si conferma driver competitivo ma con margini di crescita. L’8% delle aziende pratica agricoltura biologica, quota che sale al 26% tra le grandi imprese. Parallelamente, il 53,7% delle aziende ha introdotto pratiche di agricoltura circolare, principalmente attraverso la riduzione di pesticidi (37%) e fertilizzanti (35,7%), mentre il carbon farming resta ancora residuale (2,9%).
Rimane invece limitato l’utilizzo di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili: solo il 5,2% delle aziende li impiega, con un forte squilibrio tra Nord-est (12,9%) e Sud (1,7%). Anche in questo ambito la dimensione aziendale incide in modo significativo, con una propensione che raggiunge il 15,8% tra le imprese oltre i 50 ettari.
Tra le aziende che non innovano, il 31,5% indica la mancanza di risorse economiche come principale ostacolo, mentre il 18% segnala carenze di competenze tecniche. Nell’ambito dell’Agricoltura 4.0, il freno principale è di natura economico-finanziaria (38,1%), seguito dalla carenza di personale qualificato (28,8%).
Il quadro che emerge è quello di un’agricoltura italiana a due velocità: da un lato imprese strutturate, capitalizzate e orientate alla digitalizzazione; dall’altro un tessuto frammentato che fatica a sostenere investimenti sistemici. Per il sistema agroalimentare nazionale, la sfida non è più solo ambientale, ma industriale: scalare l’innovazione per rafforzare marginalità, resilienza e posizionamento competitivo lungo tutta la filiera.



















