Secondo le più recenti stime diffuse dall’USDA Economic Research Service, nel 2026 i prezzi dei prodotti alimentari acquistati per il consumo domestico negli Stati Uniti sono destinati ad aumentare mediamente del 2,5%, un livello che, pur confermando una dinamica inflattiva ancora presente nel carrello della spesa, si collocherà leggermente al di sotto della media del 2,6% registrata negli ultimi vent’anni, segnando quindi una fase di relativa normalizzazione dopo le forti tensioni degli anni recenti.
La previsione, contenuta nell’ultimo aggiornamento del Food Price Outlook e basata sull’elaborazione congiunta dei dati del Consumer Price Index e del Producer Price Index, arriva in un contesto in cui il tasso annuo di inflazione grocery si è attestato al 2,1% a gennaio, evidenziando un rallentamento rispetto ai mesi precedenti e rafforzando l’idea di un progressivo raffreddamento delle pressioni sui prezzi al dettaglio.
L’analisi dell’agenzia federale mette in luce un quadro articolato, nel quale sette delle quindici categorie monitorate sono destinate a registrare nel 2026 aumenti superiori alla propria media storica, mentre altre sette mostreranno crescite più contenute rispetto ai trend di lungo periodo, delineando dunque un mercato a doppia velocità, con tensioni selettive concentrate in specifici comparti.
L’unica categoria per cui è previsto un calo marcato è quella delle uova, con una flessione stimata del 27,4% su base annua, un rientro significativo dopo i picchi straordinari che avevano caratterizzato il segmento negli ultimi esercizi e che avevano inciso in modo rilevante sull’indice complessivo dei prezzi alimentari.
Nel comparto delle proteine animali, le carni bovine e il vitello dovrebbero registrare un incremento del 5,5% nel 2026, una variazione che, pur risultando sensibilmente inferiore al tasso del 15% rilevato a dicembre 2025, rimane comunque superiore alla media ventennale della categoria e segnala il permanere di pressioni strutturali lungo la filiera.
Ancora più sostenuta la dinamica prevista per zucchero e dolciumi, con un aumento stimato del 6,7%, dato che non solo supera l’inflazione alimentare complessiva ma si colloca anche al di sopra della media storica del comparto, confermando una fase di tensione che interessa materie prime e trasformati legati a questa filiera.
Le bevande analcoliche, trainate in parte dall’andamento del caffè, dovrebbero invece segnare un +5,2%, anch’esso superiore alla media di lungo periodo, a testimonianza di una pressione che continua a interessare le categorie a maggiore incidenza di commodity agricole globali.
Su un versante opposto si collocano ortaggi freschi, per i quali è atteso un incremento dell’1,4%, e frutta fresca, che dovrebbe crescere solo di pochi decimali percentuali, entrambe con dinamiche inferiori alla propria media ventennale e dunque indicative di una fase di maggiore stabilità nei comparti ortofrutticoli.
Se per il consumo domestico il 2026 si prospetta quindi come un anno di crescita moderata e complessivamente inferiore alla media storica, più sostenuta appare invece la dinamica dei prezzi per il consumo fuori casa, con il food-away-from-home previsto in aumento del 3,7%, un valore superiore al 3,5% medio registrato negli ultimi due decenni e sintomo di costi operativi ancora elevati per la ristorazione.
In chiave B2B, il quadro delineato suggerisce per industria e distribuzione un contesto di inflazione selettiva, nel quale la gestione delle politiche di pricing, delle promozioni e dei mix di assortimento dovrà tenere conto delle diverse velocità di crescita tra categorie, con particolare attenzione ai segmenti a maggiore pressione come carni bovine, zucchero e bevande, in un mercato che sembra avviarsi verso una normalizzazione graduale ma non ancora priva di criticità strutturali.



















