La denatalità senza ricchezza: il caso Colombia e la crisi della famiglia

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Il grafico che circola in Colombia sul confronto fra crescita degli animali domestici e calo delle nascite non è una curiosità da social media. È il sintomo visibile di un passaggio economico, sociale e culturale che in molti paesi del “primo mondo” è una realtà consolidata ma che sta iniziando a riguardare una buona parte dell’America Latina.

In questi giorni mi trovo a Bogotá per lavoro e proprio da qui ho visto su Linkedin un grafico che riguarda la Colombia che mi ha colpito più di molti discorsi teorici sulla trasformazione della sua società.

Il titolo di questa infografica è diretto: “Colombia: más mascotas que bebés”. La curva viola indica la popolazione di cani e gatti; la rosa il numero annuo delle nascite. In dieci anni, secondo le fonti riportate nell’infografica — DANE per i nati ed Euromonitor per il pet care — gli animali domestici sono passati da circa 4 milioni a oltre 9 milioni, mentre le nascite sono scese da 726.590 nel 2014 a una stima di 488 mila nel 2024 in una popolazione di circa 50 milioni di abitanti. La popolazione pet sarebbe dunque più che raddoppiata, mentre i nuovi nati si sarebbero ridotti di circa un terzo.

La prima precisazione è metodologica: il grafico confronta una consistenza — il numero complessivo di cani e gatti — con un flusso annuale, cioè le nascite in un anno. Non dimostra quindi, in senso strettamente statistico, che in Colombia ci siano “più animali che bambini”. Ma coglie e rende immediatamente visibile un fenomeno reale: la crescita esplosiva del mondo pet coincide con un calo drastico e continuo della natalità. Mi sono messo a cercare su internet i dati ufficiali più recenti, e questi confermano la direzione della curva: nel 2025 la Colombia ha registrato 433.678 nascite, il 4,5% in meno rispetto al 2024, con una fecondità totale provvisoria di circa 1 figlio per donna: un livello molto lontano da quella che chiamano la soglia di sostituzione generazionale, pari a 2,1 figli per donna. Secondo me l’aspetto più rilevante non è soltanto il crollo delle nascite, quanto il luogo in cui avviene: la Colombia, infatti, non è una società ricca e matura come il Giappone, la Corea del Sud, la Germania oppure come l’Italia, seppur questa non si possa paragonare almeno a due delle tre prima citate.

È sicuramente un Paese in crescita con un’economia dinamica, ed una classe media in rapida espansione soprattutto nelle grandi città. Tuttavia, il suo PIL pro capite resta attorno a 8.500 dollari, un livello che colloca il Paese ancora a distanza dalle economie avanzate.

Da qui la mia riflessione: per molto tempo, lo schema appariva lineare, i Paesi poveri avevano alta natalità ed i Paesi ricchi, urbanizzati e maturi avevano meno figli. A quanto pare oggi quella sequenza si è spezzata, la denatalità arriva prima del benessere consolidato, arriva mentre la mobilità sociale resta incompleta, mentre la qualità dei servizi è diseguale, mentre molte famiglie vivono ancora in condizioni fragili e mentre la sicurezza economica è lontana dagli standard occidentali.

Allora penso: non esportiamo solo prodotti, format commerciali, brand internazionali, piattaforme digitali, turismo, intrattenimento e modelli di consumo, siamo anche esportatori di individualismo. Le società cosiddette avanzate hanno consolidato un modello che presuppone, per il mantenimento di alcuni standard di “qualità della vita”, il rinvio dei legami stabili, i figli che sono considerati come progetti complessi e costosi, la costante ricerca di una libertà senza vincoli permanenti, e tutto ciò con alla base una certezza: l’idea che la realizzazione personale debba precedere, e talvolta sostituire, la continuità familiare.

Chiarisco che non voglio trasformare questo fatto in una caricatura: un cane o un gatto non sono automaticamente il “sostituto” di un figlio, e soprattutto non ogni famiglia che accoglie un animale vi è la rinuncia alla genitorialità, però allo stesso tempo sarebbe ingenuo non vedere che l’espansione del pet care è anche un indicatore di un cambiamento più ampio che coinvolge in alcuni aspetti la genitorialità.  

Lungi da me elevare questa riflessione ad un manifesto dell’anticapitalismo, sarebbe dichiarata ipocrisia. Ma è indubbio che questo sistema economico, il migliore ad oggi tra quelli esistenti (a mio parere), è sicuramente buono per la sua capacità di produrre ricchezza, innovazione, mobilità e opportunità. Però, il problema nasce quando la ricchezza si trasforma nel criterio dominante con cui si giudicano tutte le scelte umane: se il figlio viene valutato prevalentemente come costo, vincolo, rinuncia alla carriera, freno al consumo, perdita di libertà o fattore di incertezza, la decisione di generare diventa sempre più fragile. E se ogni scelta viene rinviata in attesa di condizioni perfette (casa perfetta, lavoro perfetto, reddito perfetto, relazione perfetta) il rinvio può facilmente trasformarsi in rinuncia.

A mio avviso, la chiave più profonda di questo fenomeno riguarda anche la crisi della cultura cattolica. Non parlo di una religione ridotta a precetto privato né di un nostalgico ritorno a modelli sociali del passato, però è sicuramente uno scudo a tutela di un patrimonio di valori che per secoli ha dato forma alla società: la centralità della famiglia, il valore della maternità e della paternità, la dignità della vita nascente, la continuità fra generazioni, la responsabilità verso i figli e l’idea che la libertà non consista nell’assenza di legami, ma nella capacità di assumere legami durevoli. Nella mia visione, povera ed imperfetta, il cattolicesimo – con tutte le sue contraddizioni storiche e con le difficoltà che vive oggi – ha sempre ricordato un punto essenziale: l’individuo non è un’entità isolata, e la ricchezza non è il fine ultimo dell’esistenza. In conseguenza, il figlio non è un bene di lusso né una scelta puramente privata, ma un bene per la famiglia e poi per la società. A cascata, inevitabilmente, per l’economia e per il futuro di un Paese. Ed allora, se da un lato il comunismo ha combattuto la religione frontalmente, nel nome di un’ideologia totalizzante (incompatibilità di due dogmi), io penso tristemente che il capitalismo contemporaneo la erode in modo più discreto.

Non dimentichiamo che questo effetto provoca un costo sociale ed economico enorme: meno figli significa meno giovani, meno lavoratori, meno imprenditori, meno consumatori e meno contribuenti domani. Nel frattempo, aumentano gli anziani, le pensioni, la spesa sanitaria e il bisogno di assistenza. È una dinamica aritmetica e la conseguenza non è un “welfare” più generoso, anzi spesso è l’opposto: crescono le imposte e i contributi richiesti a chi lavora, ma la qualità percepita dei servizi peggiora.

La mia generazione ha molte colpe, e chi scrive è tra i peggiori colpevoli, ma non basta denunciare queste dinamiche; si dovrebbe passare ai fatti, con la cultura e con il rispetto della nostra storia, fatta di religione, consuetudini e sacrifici, grandi sacrifici oggi impensabili.

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