Le esportazioni alimentari britanniche arretrano e il divario con le importazioni si allarga. Nei primi sei mesi del 2026 il Regno Unito ha venduto all’estero prodotti alimentari e bevande per 12 miliardi di sterline, il 3,4% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. A preoccupare la Food and Drink Federation (FDF), che ha pubblicato i dati nel suo Trade Snapshot, è soprattutto la quantità di prodotti esportati: i volumi alimentari sono diminuiti dell’11,7%, fermandosi a 4 miliardi di chilogrammi. Dall’inizio del millennio, soltanto in due primi semestri erano scesi più in basso.
Sul fronte opposto, le importazioni di alimenti e bevande sono salite dello 0,9%, raggiungendo 33,1 miliardi di sterline. In quantità, i 19,1 miliardi di chilogrammi di prodotti alimentari acquistati all’estero rappresentano il secondo valore più alto registrato in un primo semestre dal 2000. La distanza tra acquisti e vendite oltreconfine porta così il disavanzo commerciale del settore a 21,1 miliardi di sterline, il livello più elevato dall’inizio della serie considerata dalla FDF.
La flessione delle esportazioni riguarda soprattutto i mercati fuori dall’Unione europea, dove il valore delle vendite è diminuito del 6,9%, contro il calo dello 0,9% registrato nell’Ue. Negli Stati Uniti, terzo mercato di destinazione per il comparto britannico, le esportazioni hanno perso il 16,5%; in Cina il 17,6% e negli Emirati Arabi Uniti il 23,2%. Il rapporto richiama, tra i fattori che pesano sulla competitività, i dazi statunitensi e l’aumento dei costi di energia, materie prime, logistica, lavoro e adempimenti normativi.
Il quadro non è uniforme per tutti i prodotti. Il whisky, prima voce dell’export alimentare e delle bevande con 2,5 miliardi di sterline, ha registrato una crescita del 2,2% in valore, mentre le esportazioni di carne bovina sono aumentate del 22,7%. Il salmone ha invece perso il 30,8% in valore e il 31% in volume. Sono differenze che, secondo la FDF, non attenuano il problema generale: le imprese britanniche stanno perdendo terreno sui mercati esteri mentre i fornitori internazionali mantengono una forte presenza nel Regno Unito.
Per invertire la tendenza, la federazione chiede al governo di rendere più favorevoli gli investimenti nel Paese e di semplificare le norme. Sollecita inoltre una revisione delle sospensioni tariffarie, affinché sostengano la produzione nazionale, e strumenti che permettano alle imprese di sfruttare gli accordi commerciali già firmati dal Regno Unito. Un’altra richiesta riguarda il futuro accordo sanitario e fitosanitario con l’Unione europea: per la FDF dovrà garantire condizioni di concorrenza più equilibrate agli esportatori britannici.



















