Il cibo assorbe il 19,8% dei consumi familiari, aumentano le spese per caffè, pesce e carne

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Le famiglie italiane spendono di più per alimentari e bevande analcoliche, ma quasi tre su dieci continuano a ridurre quantità o qualità dei prodotti acquistati. È il quadro che emerge dal rapporto Istat sui consumi del 2025, che per il retail e l’industria agroalimentare evidenzia una crescita della spesa accompagnata da persistenti difficoltà nei bilanci domestici.

L’esborso medio mensile per alimentari e bevande analcoliche raggiunge 552 euro, contro i 533 euro del 2024, con un incremento del 3,6%. Il comparto assorbe così il 19,8% della spesa complessiva delle famiglie, rispetto al 19,3% dell’anno precedente, mentre il totale dei consumi resta sostanzialmente stabile a 2.782 euro mensili.

La crescita alimentare risente anche dell’aumento dei prezzi, saliti del 3% secondo l’indice armonizzato. L’incremento della spesa non può quindi essere interpretato automaticamente come un analogo rafforzamento delle quantità acquistate, distinzione centrale per valutare l’andamento della domanda lungo la filiera.

Tra le categorie con gli aumenti più marcati figura il caffè, per il quale la spesa cresce del 14,6%. Seguono acqua, con un incremento dell’8,3%, e pesce, con il 7,8%. Oli e grassi, così come tè e infusi, registrano un aumento del 6,7%, mentre la carne sale del 5,4% e latte, altri prodotti lattiero-caseari e uova del 4,2%.

A fronte di questi maggiori esborsi, il 29,4% delle famiglie dichiara di aver limitato la spesa per cibo, riducendo quantità o qualità rispetto all’anno precedente. La quota scende dal 31,1% del 2024, ma resta consistente. Per le bevande, la percentuale di famiglie che ha contenuto gli acquisti raggiunge il 33,8%, contro il precedente 35,3%.

Per distributori e produttori emerge dunque l’esigenza di leggere insieme valore della spesa e comportamenti di acquisto. L’accessibilità dei prodotti resta un elemento centrale dell’offerta, soprattutto nei territori e tra le famiglie dove gli alimentari assorbono una parte maggiore delle risorse disponibili.

Le differenze territoriali sono nette: nel Sud il cibo e le bevande analcoliche rappresentano il 25,4% dei consumi complessivi, nelle Isole il 24,1%, mentre nel Nord-ovest l’incidenza si ferma al 17,7%. In Calabria raggiunge il 28,9%, a fronte del 16,1% del Trentino-Alto Adige. Gli aumenti significativi della spesa alimentare si concentrano invece nel Centro, con il 5,9%, e nel Nord-est, con il 4,9%.

Anche la composizione familiare incide sul mercato: le coppie con almeno tre figli destinano agli alimentari 864 euro mensili, pari al 23,8% dei consumi. Nelle giovani coppie senza figli la quota è del 13%, per 459 euro al mese. Una distanza che suggerisce quanto assortimenti, formati e livelli di prezzo debbano confrontarsi con esigenze diverse.

Il quadro del non alimentare conferma la prudenza dei consumatori: la spesa resta stabile a 2.230 euro mensili e il 43,8% delle famiglie che acquistano abbigliamento e calzature dichiara di averla limitata. Per retail e agroalimentare, il tema centrale resta quindi la capacità di sostenere la domanda in un mercato dove una maggiore spesa convive ancora con rinunce negli acquisti.

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