Competizione asimmetrica sul riso: prezzi asiatici e regole commerciali mettono in difficoltà l’Europa

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La risicoltura europea si muove su un terreno sempre più instabile. Non per mancanza di domanda, ma per una crescente asimmetria competitiva che sta mettendo in discussione la sostenibilità industriale del settore. A lanciare l’allarme è Airi, mentre a Bruxelles è in corso il confronto sul futuro delle agevolazioni tariffarie concesse ai Paesi del Sud-Est asiatico.

Secondo l’associazione, la filiera si trova esposta a una convergenza di fattori esterni non governabili: importazioni esenti da dazi, eccesso di offerta sui mercati globali, rafforzamento della competitività dei Paesi extra-Ue grazie alla svalutazione del dollaro e al calo dei noli marittimi, oltre agli effetti sempre più evidenti della crisi climatica sulle produzioni agricole europee.

Il punto di frattura è rappresentato dalla fine della clausola di salvaguardia comunitaria, che aveva temporaneamente limitato l’ingresso di riso a dazio zero. Con la sua scadenza, l’import dai principali Paesi produttori asiatici ha ripreso a crescere fino a coprire oltre il 60% del fabbisogno europeo. Una quota che, per l’industria continentale, rappresenta un rischio strutturale più che una semplice criticità congiunturale.

Il problema non è solo quantitativo, ma soprattutto di valore. Sul mercato europeo arriva prevalentemente riso già lavorato e confezionato, con prezzi che non incorporano gli standard produttivi, ambientali e sociali richiesti agli operatori europei. Le quotazioni parlano chiaro: circa 400 euro a tonnellata per il riso bianco importato, contro gli 800-1.000 euro necessari per coprire i costi delle varietà europee. In Italia, la stessa cifra equivale al prezzo del risone grezzo, prima di qualsiasi trasformazione industriale.

«Non si tratta di una crisi ciclica, ma di una deriva che va corretta prima che diventi irreversibile», sottolinea Mario Francese, presidente di Airi, che ha sollecitato gli eurodeputati italiani della commissione INTA in vista del voto sulla riforma del Sistema di Preferenze Generalizzate. Il meccanismo, pensato per sostenere i Paesi meno avanzati, è oggi al centro di un acceso dibattito per i suoi effetti distorsivi sulle filiere agricole europee.

Il paradosso è che la domanda di riso è in forte espansione. In dieci anni, i consumi comunitari sono saliti del 20%, raggiungendo 2,6 milioni di tonnellate, mentre in Italia l’incremento è stato ancora più marcato, fino a circa 450mila tonnellate. A spingere il trend contribuiscono nuovi modelli alimentari, la percezione del riso come alimento leggero e digeribile, la diffusione di prodotti trasformati a valenza salutistica e i cambiamenti demografici legati ai flussi migratori.

Una crescita che, però, beneficia sempre meno la produzione europea. Oggi circa 1,6 milioni di tonnellate consumate nell’Unione arrivano dall’estero, e oltre la metà di questi volumi entra senza dazi. Per Airi, senza una revisione degli strumenti di tutela commerciale, il rischio è che l’aumento dei consumi continui a tradursi in una progressiva marginalizzazione della filiera risicola europea.

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