Filiera dello zucchero in affanno, anche l’Italia paga il prezzo della tempesta globale

Facebook
LinkedIn
WhatsApp
Telegram
Email
Print

La crisi dello zucchero, che negli ultimi anni ha progressivamente eroso la capacità produttiva europea, non può più essere letta come un fenomeno circoscritto o contingente, ma si configura sempre più come una tensione strutturale che attraversa l’intero sistema agroindustriale globale, mettendo in discussione equilibri economici, occupazionali e commerciali consolidati.

Nel solo continente europeo hanno chiuso 22 impianti su 103, con la scomparsa di quasi un quinto delle fabbriche attive e una riduzione significativa della capacità di trasformazione, in un contesto segnato dall’aumento dei costi energetici, dalla volatilità dei prezzi agricoli e da un quadro normativo sempre più stringente.

Anche l’Italia si trova oggi al centro di questa traiettoria di ridimensionamento, che affonda le radici nella riforma della Pac del 2006, quando il numero degli zuccherifici nazionali venne drasticamente ridotto, trasformando il Paese in un importatore strutturale di zucchero.

In questo scenario si inserisce la decisione di Coprob-Italia Zuccheri, unico produttore di zucchero 100% italiano e cooperativa che presidia l’intera filiera della barbabietola, di sospendere per il 2026 l’impianto di trasformazione di Pontelongo, in provincia di Padova, mantenendo attivo soltanto il sito di confezionamento e trasferendo la lavorazione nello stabilimento di Minerbio.

Una scelta definita “molto sofferta”, che coinvolge circa 200 lavoratori tra fissi e stagionali e una platea di oltre 2mila agricoltori conferenti, e che arriva al termine di una fase segnata da rese in calo, costi crescenti e progressiva contrazione delle superfici coltivate, scese dai 30mila ettari del 2024 a circa 19mila nel 2026.

A incidere in modo determinante sono stati i mutamenti climatici, che hanno reso meno prevedibili e più vulnerabili le produzioni, insieme al divieto europeo di 33 molecole fitosanitarie senza alternative efficaci, elemento che ha aumentato l’esposizione delle colture a infestanti e patogeni e ridotto la redditività delle aziende agricole.

Il completamento dell’ammodernamento strutturale finanziato con 3 milioni di euro del PNRR rappresenta un segnale di investimento sul sito veneto, ma non attenua le preoccupazioni legate alla perdita di capacità industriale e alla tenuta occupazionale dell’intera filiera bieticolo-saccarifera.

Se si allarga lo sguardo oltre i confini europei, emergono dinamiche sorprendentemente simili, che confermano la natura globale della crisi.

In Sudafrica, il rischio di liquidazione di Tongaat Hulett, il maggiore produttore nazionale di zucchero bianco, ha acceso un acceso confronto politico e istituzionale, poiché la chiusura di tre dei dodici zuccherifici rimasti nel Paese avrebbe effetti immediati su migliaia di produttori e lavoratori.

Secondo la South African Canegrowers Association, 18mila coltivatori dipendono esclusivamente da quegli impianti per la trasformazione della canna e circa 40mila lavoratori impiegati direttamente dai growers rischierebbero l’immediata perdita del reddito, con pesanti ripercussioni sulle economie rurali del KwaZulu-Natal e del Mpumalanga.

Il timore espresso dagli operatori sudafricani riguarda soprattutto l’aumento della dipendenza dalle importazioni, in un mercato mondiale caratterizzato da forte volatilità dei prezzi, esposto a shock climatici, tensioni geopolitiche e interruzioni delle catene logistiche, fattori che rendono instabile il costo dello zucchero nel medio-lungo periodo.

Il parallelismo con l’Europa appare evidente: quando si riduce la capacità di trasformazione interna, si indebolisce la domanda di materia prima locale, si destabilizza la catena del valore e si accentua la dipendenza da mercati esteri che operano spesso con standard ambientali e fitosanitari differenti.

In entrambi i casi, il dibattito non riguarda soltanto il destino di singole aziende, ma il valore sistemico della continuità operativa, perché uno zuccherificio attivo garantisce reddito agli agricoltori, occupazione ai lavoratori, stabilità all’industria dolciaria e delle bevande e presidio economico ai territori rurali.

Gli operatori sottolineano che ricostruire una filiera collassata comporterebbe costi sociali, fiscali e industriali ben superiori a quelli necessari per mantenerla in funzione, soprattutto in un momento in cui la sicurezza alimentare e la sovranità produttiva sono tornate al centro dell’agenda politica internazionale.

In Italia, le organizzazioni agricole chiedono un tavolo nazionale per rilanciare la produzione di zucchero 100% italiano, investendo su innovazione varietale e Tecniche di evoluzione assistita per rendere le colture più resilienti ai cambiamenti climatici, nel tentativo di invertire una tendenza che appare ormai strutturale.

La crisi dello zucchero, dunque, non è soltanto il riflesso di un ciclo economico negativo, ma il sintomo di un equilibrio fragile tra agricoltura, industria e politiche commerciali, in cui clima, regolazione e concorrenza globale interagiscono comprimendo margini e prospettive di sviluppo.

Se la riduzione degli impianti continuerà in Europa come in altre aree del mondo, il rischio è quello di una crescente esposizione alle dinamiche dei mercati internazionali, con effetti diretti su prezzi, inflazione alimentare e stabilità delle comunità rurali, trasformando quella che oggi appare come una crisi settoriale in una questione strategica per l’intero sistema agroalimentare globale.

Facebook
Twitter
LinkedIn
Pinterest
Pocket
WhatsApp
Non perdere niente! Iscriviti alla nostra newsletter.

Lascia un commento