Filiera orticola sotto pressione: McCain abbandona Hastings e cambia modello produttivo

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La riorganizzazione della filiera agroindustriale colpisce la Nuova Zelanda e riaccende le preoccupazioni per il futuro della trasformazione orticola locale. McCain Foods ha infatti annunciato la chiusura dello stabilimento di lavorazione vegetale di Hastings entro gennaio 2027, una decisione maturata al termine di una revisione strategica delle attività che non ha individuato un percorso sostenibile per il sito nel modello attuale.

In una comunicazione inviata ai coltivatori, l’azienda ha spiegato di aver valutato diverse opzioni per rafforzare la posizione dello stabilimento nel lungo periodo, senza tuttavia riuscire a individuare soluzioni economicamente e industrialmente sostenibili. Da qui la scelta di modificare il modello di approvvigionamento, passando a una rete di fornitori partner già integrati nel sistema globale del gruppo.

La produzione nello stabilimento proseguirà fino al termine della stagione di lavorazione e confezionamento in corso, con l’impegno a rispettare tutti i contratti esistenti. McCain ha inoltre assicurato che il proprio team agricolo si metterà in contatto con i produttori per gestire la fase di transizione e chiarire le implicazioni per le prossime campagne.

Resta però elevata l’incertezza sull’impatto occupazionale e sull’indotto agricolo, in una regione – quella di Hawke’s Bay – fortemente legata alla filiera orticola industriale. Secondo Jim Galloway, presidente provinciale di Federated Farmers, la chiusura avrà un impatto “massiccio” su numerosi agricoltori che coltivano per McCain, in particolare per produzioni come piselli, fagioli e mais dolce.

Il nodo principale riguarda la programmazione delle colture: i contratti vengono solitamente definiti a metà anno e le semine avvengono tra agosto e settembre, mentre i raccolti possono estendersi fino ad aprile. L’uscita di scena dell’impianto rischia quindi di interrompere l’intero ciclo produttivo, lasciando molti operatori senza sbocchi commerciali.

A ciò si aggiunge il peso degli investimenti già sostenuti dalle aziende agricole in infrastrutture e macchinari, difficilmente riconvertibili nel breve periodo. Anche le alternative logistiche appaiono limitate, con impianti di trasformazione distanti e costi di trasporto elevati che potrebbero ridurre ulteriormente la competitività delle produzioni locali.

Non manca poi la preoccupazione per la crescente dipendenza da importazioni, in un contesto in cui altri Paesi potrebbero beneficiare di costi più bassi o di sistemi di sostegno pubblico, rendendo meno competitivo il prodotto neozelandese.

Il caso McCain si inserisce in un quadro più ampio di ristrutturazione del settore: nelle stesse settimane, Wattie’s ha avviato una consultazione per cessare la produzione di verdure surgelate nel Paese, con un impatto potenziale su circa 220 coltivatori nella regione di Canterbury.

Parallelamente, anche Kraft Heinz ha annunciato la chiusura di tre stabilimenti in Nuova Zelanda, citando condizioni operative sempre più difficili. Segnali che indicano una trasformazione profonda dell’industria alimentare locale, sempre più orientata verso modelli globali e centralizzati.

Per McCain, la scelta rientra in una strategia più ampia di focalizzazione sul core business delle patate e di razionalizzazione delle attività vegetali, come dimostrano anche recenti operazioni internazionali tra acquisizioni e dismissioni. Sul territorio, però, le conseguenze rischiano di essere immediate e rilevanti, con una filiera agricola chiamata a ridefinire rapidamente modelli produttivi e canali di sbocco in un contesto di crescente incertezza.

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