I dazi pesano per 535 milioni sull’industria alimentare italiana ma l’export tiene e sale del 6,3%

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Nel 2025 l’industria alimentare si conferma tra i pilastri della tenuta del sistema manifatturiero italiano sui mercati internazionali, in un contesto segnato da rallentamento economico, tensioni geopolitiche e nuove barriere commerciali. È quanto emerge dal Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2026 dell’Istat, che evidenzia come proprio il comparto food abbia contribuito in modo significativo alla crescita dell’export nazionale, distinguendosi in uno scenario complessivamente fragile.

Lo scorso anno, a fronte di una sostanziale stagnazione del fatturato industriale e di una domanda interna debole, l’export manifatturiero italiano ha registrato un aumento del 3,2%, sostenuto da pochi settori trainanti, tra cui l’alimentare, che ha messo a segno una crescita del 6,3%, confermandosi tra i comparti più rilevanti per peso e dinamica sui mercati esteri. Un risultato che rafforza il ruolo strategico della filiera agroalimentare nel modello export-led italiano.

Il contesto internazionale resta tuttavia complesso. L’introduzione di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti ha avuto effetti negativi, seppur contenuti, sulle esportazioni italiane. Nel caso dell’alimentare, si stima una mancata crescita pari a circa 535 milioni di euro, segnale di una pressione che, pur non compromettendo la tenuta complessiva del comparto, evidenzia una vulnerabilità rispetto alle politiche commerciali globali.

Nonostante queste criticità, l’interscambio complessivo dell’Italia ha continuato a crescere, con un surplus commerciale di 50,7 miliardi di euro e un aumento delle esportazioni del 3,3%, a dimostrazione della resilienza del sistema produttivo nazionale. In questo quadro, l’agroalimentare si inserisce tra i settori che meglio hanno saputo intercettare la domanda estera, anche grazie alla forza del made in Italy e alla diversificazione dei mercati di sbocco.

Allo stesso tempo, emergono nuovi elementi di attenzione lungo la filiera. L’aumento delle importazioni da Paesi extra-Ue, in particolare dalla Cina, e la crescente dipendenza da forniture estere per alcuni input produttivi strategici pongono interrogativi sulla stabilità delle catene di approvvigionamento e sulla necessità di rafforzare l’autonomia industriale.

Il quadro che si delinea è quindi quello di un settore solido ma chiamato ad affrontare una fase di transizione, tra instabilità geopolitica, ridefinizione degli equilibri commerciali e pressione sui costi. In questo scenario, la capacità delle imprese alimentari di consolidare la presenza sui mercati internazionali e al tempo stesso di rafforzare la resilienza delle filiere produttive diventa un fattore decisivo per sostenere la competitività nel medio periodo.

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