Il rapporto di febbraio tra futures soia e mais orienta le scelte degli agricoltori americani e il sentiment dei mercati globali

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I prezzi dei cereali sul mercato domestico britannico stanno seguendo un andamento laterale dall’inizio dell’attuale campagna commerciale, in linea con un contesto globale privo di shock climatici rilevanti o di improvvisi scostamenti della domanda internazionale. In assenza di nuovi driver, il mercato sembra aver raggiunto un plateau e resta in attesa di segnali capaci di indicare una direzione più chiara.

Secondo AHDB infatti con le colture invernali nel Regno Unito ormai in campo e in fase di sviluppo, uno dei fattori potenzialmente in grado di incidere sui prezzi ex-farm nei prossimi mesi è rappresentato dalle semine statunitensi di soia e mais. La produzione USA di queste due colture, considerando le medie quinquennali, pesa per circa il 30% dell’offerta globale: eventuali variazioni significative delle superfici possono quindi modificare il sentiment dei mercati internazionali.

La scorsa settimana l’USDA ha diffuso le prime stime su cereali e oleaginose in occasione dell’Agricultural Outlook Forum. Le indicazioni preliminari non hanno generato scossoni immediati, poiché le variazioni attese per le superfici di mais e soia erano già in parte incorporate nei prezzi. Tuttavia, le proiezioni di febbraio non rappresentano necessariamente il quadro definitivo.

Febbraio è un mese chiave per il mercato statunitense perché i futures new crop di Chicago, in particolare il contratto dicembre per il mais e novembre per la soia, costituiscono un riferimento determinante per le scelte di semina. In questo periodo gli agricoltori prenotano sementi e fertilizzanti e vengono fissate le garanzie assicurative sui ricavi.

I principali strumenti di assicurazione del reddito agricolo utilizzano infatti la media dei prezzi futures di febbraio per stabilire il livello minimo di fatturato per ettaro garantito. Una volta fissato questo parametro, gli agricoltori possono valutare quale coltura offra il margine assicurato più interessante, non solo quale presenti il prezzo più elevato in termini assoluti.

Un indicatore particolarmente osservato è il rapporto di prezzo tra soia e mais. Storicamente, affinché la soia risulti più conveniente rispetto al mais, il suo prezzo deve attestarsi almeno a 2,3 volte quello del mais, tenuto conto delle differenze di resa e costi colturali. Quando il rapporto scende sotto quota 2,2, si osserva spesso un aumento delle superfici destinate al mais.

Al 26 febbraio la media del rapporto tra i futures Chicago mais dicembre 2026 e soia novembre 2026 si attestava intorno a 2,24, un livello che non fornisce un segnale particolarmente marcato a favore dell’una o dell’altra coltura. In passato valori simili hanno accompagnato un incremento delle superfici a soia, ma con variazioni più contenute rispetto a quelle ipotizzate per il 2026.

Secondo le stime preliminari dell’USDA, le semine di mais negli Stati Uniti dovrebbero scendere a circa 38 milioni di ettari, in calo del 5% rispetto al record di 40 milioni del 2025, mentre la soia salirebbe a 34,4 milioni di ettari, con un aumento analogo in termini percentuali. Si tratterebbe dunque di un moderato spostamento verso la soia.

Va però sottolineato che le previsioni diffuse a febbraio derivano da modelli di lungo periodo, le cosiddette baseline projections, e non da indagini dirette presso gli agricoltori. Il vero banco di prova sarà il rapporto di marzo sulle Prospective Plantings, basato su sondaggi sul campo, che in passato ha spesso corretto anche in modo significativo le indicazioni iniziali.

Negli ultimi dieci anni non sono mancati casi in cui tra febbraio e marzo le superfici stimate per mais e soia hanno subito revisioni rilevanti, a causa di movimenti di mercato, esigenze di rotazione colturale, vincoli agronomici o nuove prospettive di domanda.

Sebbene il Midwest statunitense sia geograficamente distante dall’East Anglia, le decisioni di semina USA possono influenzare rapidamente le aspettative globali su disponibilità e scorte, con ricadute sui futures del frumento tenero da mangime nel Regno Unito e, di riflesso, sui prezzi riconosciuti agli agricoltori.

Il mercato ha già in parte prezzato una riduzione delle superfici a mais a favore della soia, ma alla luce dei segnali attuali il margine per sorprese resta aperto. Il rapporto di prezzo è un indicatore potente, ma non esclusivo: rotazioni, costi, assicurazioni e condizioni meteo primaverili potranno ancora orientare le scelte finali.

Per gli operatori britannici, dunque, le prossime settimane saranno decisive. Il report di marzo dell’USDA potrebbe ridefinire le attese sull’offerta globale e imprimere una nuova direzione ai listini, rompendo la fase di stallo che caratterizza l’attuale campagna.

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