L’allarme è stato rilanciato nelle scorse ore dai principali media americani: la pasta italiana potrebbe sparire dagli scaffali dei supermercati negli Stati Uniti a partire dal 2026. Il motivo è la proposta del Dipartimento del Commercio USA di imporre un dazio antidumping del 92% su 13 produttori italiani, misura che – sommata all’attuale tariffa del 15% sui beni europei – porterebbe il totale a un pesantissimo 107%, uno dei livelli più alti mai valutati dall’amministrazione Trump su un singolo prodotto.
La proposta nasce da un’indagine del Dipartimento del Commercio che, in un rapporto preliminare diffuso a settembre 2025, sostiene che alcuni marchi italiani – tra cui La Molisana e Pastificio Lucio Garofalo – avrebbero venduto pasta negli USA “sotto il valore di mercato”, penalizzando i produttori americani. Se approvato, il provvedimento potrebbe entrare in vigore già a gennaio 2026.
Secondo le stime di Newsweek, il dazio potrebbe raddoppiare i prezzi al dettaglio: una confezione da 3,99 dollari potrebbe arrivare a 7,99 dollari. Jim Donnelly, chief commercial officer di Rummo USA, ha spiegato al New York Post che l’azienda cercherà di non trasferire completamente i costi aggiuntivi ai consumatori, pur ammettendo che rincari significativi saranno inevitabili.
Il rischio è di vedere scaffali semivuoti in tutto il Paese. “Non c’è sufficiente produzione domestica per riempirli”, ha dichiarato Phil Lempert, analista alimentare e fondatore di SupermarketGuru. A suo avviso, alcuni produttori italiani potrebbero sospendere l’export, mentre altri alzerebbero i prezzi, con conseguenze pesanti per i retailer.
La Casa Bianca ha provato a rassicurare i consumatori: “La pasta italiana non sta sparendo”, ha dichiarato Kush Desai a CBS News, precisando che la misura non è definitiva e che i produttori hanno ancora mesi per presentare dati e documentazione richiesta dall’autorità commerciale. Il portavoce ha inoltre ricordato che diverse aziende coinvolte non avrebbero risposto pienamente alle richieste del Dipartimento del Commercio nell’ambito di una controversia che risale agli anni ’90.
Nel mirino ci sono tredici aziende: Agritalia, Aldino, Antiche Tradizioni di Gragnano, Barilla, Gruppo Milo, La Molisana, Cav. Giuseppe Cocco, Pastificio Chiavenna, Pastificio Liguori, Garofalo, Sgambaro, Tamma e Rummo. Nessuna di esse ha rilasciato commenti ufficiali. Il Dipartimento del Commercio e l’International Trade Administration non hanno risposto alle richieste di chiarimento.
Gli Stati Uniti rappresentano un mercato cruciale per la pasta italiana: nel 2024 l’import ha toccato 684 milioni di dollari, secondo l’Observatory of Economic Complexity. L’introduzione di un dazio del 107% rischierebbe di compromettere un flusso commerciale storico e mettere in difficoltà un simbolo del Made in Italy. Per ora non esiste una data certa per la decisione finale. Ma negli USA, tra supermercati e consumatori, il timore è già concreto: la pasta italiana potrebbe presto diventare un lusso — o un prodotto difficile da trovare.


















