La crisi geopolitica in Medio Oriente torna a mettere sotto pressione la filiera agroalimentare europea e italiana, riaccendendo timori già emersi durante le precedenti fasi di instabilità globale. A lanciare l’allarme è Unione Italiana Food, che esprime forte preoccupazione per gli effetti economici derivanti dal conflitto in atto, aggravati dalla possibile chiusura dello stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio internazionale di materie prime.
L’associazione, aderente a Confindustria, accoglie positivamente il recente intervento del Governo sul taglio delle accise sui carburanti, misura che potrà offrire un sollievo temporaneo ai costi logistici. Allo stesso tempo, sottolinea l’importanza del lavoro avviato a livello europeo sulla revisione del sistema ETS, ritenuto penalizzante per il sistema industriale italiano a causa di un impatto più elevato sui prezzi dell’energia rispetto ad altri Paesi membri.
Tuttavia, il quadro complessivo resta fortemente critico. L’eventuale blocco prolungato dello stretto di Hormuz rappresenta un rischio sistemico per l’intera filiera agroalimentare. Secondo le stime, attraverso questo corridoio transita oltre un quarto del petrolio mondiale, insieme a prodotti chimici e materie fondamentali come polimeri e fertilizzanti, indispensabili per la produzione agricola e industriale.
Le ripercussioni si estendono ben oltre il comparto energetico, coinvolgendo packaging, trasporti e disponibilità di input agricoli. In particolare, la contrazione dell’offerta di fertilizzanti potrebbe determinare un aumento significativo dei costi di coltivazione, incidendo direttamente sulla resa e sulla qualità delle materie prime agricole.
Si configura così uno shock a catena per il sistema agroindustriale, con effetti che rischiano di trasferirsi lungo tutta la filiera fino al consumatore finale. Unione Italiana Food evidenzia inoltre come, in un contesto già fragile, si stiano manifestando fenomeni speculativi sui prezzi, non sempre giustificati da reali dinamiche di mercato ma alimentati da aspettative e tensioni internazionali.
Particolarmente esposte risultano le aziende ad alta intensità energetica, tra cui i produttori di surgelati, gelati, prodotti da forno e pasta, che stanno già registrando un incremento significativo dei costi operativi. Tuttavia, l’impatto si sta progressivamente estendendo a tutte le categorie produttive, mettendo sotto pressione anche le imprese meno energivore.
Nel comparto dei dolci da ricorrenza, le prospettive per la Pasqua restano complessivamente orientate alla stabilità o a una lieve crescita in valore, dopo un 2025 già positivo. Il giro d’affari complessivo del segmento pasquale supera i 600 milioni di euro, con dinamiche sostenute soprattutto dall’aumento dei prezzi medi più che dai volumi. Le colombe hanno registrato incrementi sia nella produzione sia nel retail, mentre le uova di cioccolato continuano a rappresentare la quota principale del mercato. Resta tuttavia un elemento di incertezza legato alla volatilità delle materie prime e ai costi energetici, che incide sulla programmazione industriale e sulla marginalità. In questo scenario, la domanda si mantiene selettiva e sempre più orientata al valore percepito.
Il rischio, sottolinea l’associazione, è quello di assistere a interruzioni della produzione, scenario già verificatosi in alcuni contesti internazionali, a causa della difficoltà di reperire materie prime a costi sostenibili. Una prospettiva che, se confermata, potrebbe compromettere la continuità delle forniture e la stabilità del mercato alimentare. In questo contesto, Unione Italiana Food richiama l’urgenza di interventi coordinati a livello nazionale ed europeo per garantire la sicurezza delle filiere, contenere le distorsioni dei mercati energetici e contrastare le dinamiche speculative, salvaguardando la competitività dell’industria alimentare italiana.



















