Riso europeo sotto pressione con prezzi sotto i 300 euro, filiera chiede una clausola di salvaguardia

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Una nuova caduta dei prezzi aggrava la crisi della risicoltura europea, già messa sotto pressione dalla crescita delle importazioni a dazio zero dal Sud-Est asiatico. Con l’inizio di marzo le quotazioni delle varietà Indica e Lungo “A” sono scese sotto la soglia psicologica dei 300 euro a tonnellata, un livello che per la filiera rappresenta un campanello d’allarme sulla sostenibilità economica delle produzioni. Solo un anno fa gli stessi risi valevano circa 500 euro a tonnellata, mentre due anni fa superavano i 600 euro.

Il ribasso si inserisce in un contesto che gli operatori descrivono come una vera e propria tempesta perfetta, in cui si sommano sovrapproduzione globale, indebolimento del dollaro, tensioni climatiche e soprattutto l’aumento delle importazioni asiatiche. Dall’inizio dell’anno gli arrivi di riso dal Sud-Est asiatico sono cresciuti di un ulteriore 10%, spinti dalle agevolazioni previste dal sistema europeo di preferenze generalizzate.

Per affrontare la situazione, l’Ente Nazionale Risi ha convocato il 6 marzo un incontro con le associazioni dei principali Paesi produttori europei – otto in totale – per definire una posizione comune in vista del voto previsto ad aprile al Parlamento europeo sulla revisione del sistema tariffario. L’Italia resta di gran lunga il principale produttore continentale, con oltre il 55% della produzione europea.

Al centro del confronto c’è la proposta di riforma del Sistema di preferenze generalizzate (SPG), il regime commerciale che consente importazioni a dazio zero dai Paesi meno avanzati, tra cui Cambogia e Myanmar. Negli ultimi anni queste forniture sono arrivate a coprire oltre la metà delle importazioni europee di riso, esercitando una forte pressione sui prezzi interni. La proposta attualmente sul tavolo prevede un contingente di 565mila tonnellate, quasi tre volte superiore alle 200mila tonnellate considerate sostenibili dalla filiera europea. Solo oltre questa soglia scatterebbero i dazi.

Secondo il direttore dell’Ente Risi Roberto Magnaghi, l’obiettivo dell’iniziativa è sensibilizzare i parlamentari di tutti i Paesi produttori europei in vista del voto sulla riforma del sistema di preferenze. Tra le richieste della filiera vi è la modifica della clausola di salvaguardia e l’introduzione di una tariffa specifica anche per il riso di importazione già confezionato. Il settore teme che le attuali politiche commerciali europee possano accelerare il declino della produzione continentale, mettendo a rischio un comparto che rappresenta una parte significativa dell’agricoltura europea.

Le preoccupazioni arrivano anche dall’industria di trasformazione, che evidenzia come il sistema di preferenze generalizzate, nato con l’obiettivo di sostenere i Paesi meno avanzati, si sia progressivamente trasformato in un meccanismo che favorisce l’import a basso costo a scapito della produzione europea.

Il riso importato senza dazio può arrivare a costare circa la metà di quello europeo, creando un forte squilibrio competitivo. In queste condizioni, secondo gli operatori della filiera, si rischia di replicare una crisi già vissuta in passato: gli agricoltori potrebbero spostare le semine verso altre varietà destinate al mercato interno, con il risultato di deprimere ulteriormente i prezzi.

Alla dimensione economica si aggiunge anche quella strategica. La filiera sottolinea che la questione dell’autosufficienza alimentare non riguarda soltanto i Paesi produttori, ma l’intera Unione europea, soprattutto in un contesto internazionale caratterizzato da crescente instabilità.

Nel frattempo, i produttori europei puntano l’attenzione anche sulle condizioni sociali e ambientali nei Paesi esportatori, sostenendo che le agevolazioni commerciali non sempre si traducono in reali benefici per le popolazioni locali e finiscono invece per alimentare squilibri competitivi nel mercato globale del riso.

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