Il mercato dei vini a basso o nullo contenuto alcolico cresce a ritmi sostenuti a livello globale, ma l’Italia rischia di restare ai margini per un ritardo normativo che pesa sempre di più sulla filiera. A riaccendere l’attenzione sul tema è Unione italiana vini (Uiv), che ha inviato una lettera ai ministeri dell’Agricoltura e dell’Economia per sollecitare lo sblocco del decreto interministeriale necessario a rendere operativa la produzione dei vini dealcolati nel nostro Paese.
Il provvedimento, fermo da oltre due mesi alla Ragioneria dello Stato, è decisivo perché definisce la disciplina fiscale sull’alcol estratto durante i processi di dealcolazione. In assenza di queste regole, le aziende non possono completare il ciclo produttivo in Italia, nonostante il quadro europeo consenta già da tempo la commercializzazione di queste tipologie.
Secondo Uiv, la situazione è particolarmente critica perché molte imprese vitivinicole hanno già investito in impianti, tecnologie e formazione, puntando su un segmento che rappresenta una delle poche aree di crescita in un contesto globale complesso per il vino. Il comparto No-Lo, che include anche i dealcolati, vale oggi circa 2,4 miliardi di dollari a livello mondiale ed è atteso raggiungere i 3,3 miliardi entro il 2028, con un tasso di crescita annuo dell’8% a valore.
I dati di mercato confermano una forte accelerazione degli alcohol-free nei principali Paesi occidentali. Nei primi nove mesi dell’anno, i volumi sono cresciuti del 46% in Germania, del 20% nel Regno Unito e del 18% negli Stati Uniti. Quote che, pur restando minoritarie, stanno rapidamente ampliandosi all’interno della categoria No-Lo.
Il paradosso, sottolinea Uiv, è che i vini italiani a zero gradi stanno performando bene all’estero, pur essendo prodotti fuori dai confini nazionali: nel Regno Unito registrano un +10% a valore, mentre negli Stati Uniti crescono del 24%. Un segnale chiaro di domanda che rischia però di tradursi in un vantaggio competitivo per altri Paesi europei.
Per questo l’associazione chiede un intervento rapido: senza lo sblocco del decreto, il rischio è che l’Italia perda definitivamente terreno in un segmento destinato a diventare strutturale nel panorama vitivinicolo internazionale.



















