A febbraio 2026 il commercio estero italiano mostra segnali contrastanti che coinvolgono anche la filiera agroalimentare, con dinamiche che riflettono una domanda internazionale ancora selettiva e un contesto di costi in evoluzione. Secondo i dati Istat, le importazioni crescono su base mensile del 3,5%, più delle esportazioni (+2,6%), confermando una pressione dal lato degli approvvigionamenti che interessa anche materie prime e prodotti alimentari.
Nel dettaglio, la crescita congiunturale dell’export è trainata dai mercati extra Ue (+5,3%), mentre le vendite verso l’Unione europea restano ferme, segnalando una domanda più debole nei principali partner comunitari, cruciali anche per il food italiano. Su base trimestrale, tuttavia, l’export segna un lieve aumento (+0,9%), a fronte di una contrazione dell’import (-1,3%), indicando una stabilizzazione degli scambi.
Guardando ai dati tendenziali, l’export risulta sostanzialmente stabile in valore (-0,2%), ma in calo in volume (-2,2%), evidenziando una dinamica che nel comparto alimentare si traduce in minori quantità esportate compensate da prezzi medi più sostenuti. Questo elemento è tipico delle produzioni food a valore aggiunto, dove il pricing continua a sostenere i ricavi nonostante una domanda meno dinamica.
Sul fronte delle importazioni, si registra una flessione annua dell’1,3% in valore, ma un leggero aumento dei volumi (+0,4%), segnale di una domanda interna che resta attiva anche per prodotti agroalimentari, in particolare quelli non trasformati o ingredienti per l’industria. Non a caso, i beni di consumo non durevoli – che includono alimentari e bevande – mostrano un incremento congiunturale dell’import del 5,3%.
Per quanto riguarda i prezzi, i beni di consumo importati registrano una diminuzione sia su base mensile (-0,4%) sia annua (-2,3%), con un effetto potenzialmente positivo sui margini della trasformazione alimentare e della GDO, che beneficiano di input meno costosi. Tuttavia, l’aumento dei prezzi energetici su base mensile introduce elementi di volatilità nei costi operativi.
A livello geografico, il calo dell’export verso Germania (-15,4%) e Spagna (-15,3%) pesa anche sulle esportazioni agroalimentari, storicamente legate a questi mercati. Al contrario, crescono le vendite verso Stati Uniti (+8,0%) e paesi OPEC (+14,5%), aree dove il made in Italy alimentare continua a trovare spazi di sviluppo, soprattutto nei segmenti premium.
Nel complesso, nei primi due mesi del 2026 l’export registra una flessione del 2,2%, segnalando un avvio d’anno prudente anche per il food, mentre il saldo commerciale resta positivo a 4,9 miliardi di euro, sostenuto dal calo del deficit energetico. L’avanzo dei prodotti non energetici, che include l’alimentare, scende però a 8,4 miliardi, evidenziando una riduzione del contributo netto della manifattura.
Il quadro che emerge per la filiera agroalimentare è quindi di tenuta, ma con segnali di rallentamento nei volumi e maggiore dipendenza dai mercati extra Ue. La combinazione di prezzi in calo all’import, domanda estera selettiva e costi energetici variabili richiede agli operatori della filiera – dall’industria alla distribuzione – una gestione attenta di margini e strategie commerciali, in un contesto internazionale ancora instabile.



















