Tyson Foods taglia ancora le stime sugli utili, pesa la crisi della carne bovina

Facebook
LinkedIn
WhatsApp
Telegram
Email
Print

Tyson Foods ha tagliato per la seconda volta nel giro di un mese le previsioni sugli utili per l’esercizio 2026, risentendo della scarsità di bovini negli Stati Uniti, della volatilità dei prezzi e della maggiore prudenza dei consumatori. Le difficoltà continuano a concentrarsi soprattutto nella divisione delle carni bovine, dove l’aumento dei costi per l’acquisto del bestiame ha più che compensato i benefici derivanti dai prezzi record della carne.

Il gruppo statunitense prevede ora un utile operativo rettificato compreso tra 1,85 e 2,05 miliardi di dollari, al di sotto della precedente indicazione di 2,1-2,3 miliardi comunicata all’inizio di agosto. È stata ridimensionata anche la stima sulla crescita dei ricavi, attesa tra l’1,5 e il 2%, rispetto alla precedente forchetta compresa tra il 2,5 e il 3,5%.

Secondo Tyson, la revisione riflette una significativa compressione dei margini, determinata dalla volatilità delle quotazioni e da una delle più gravi carenze di bovini mai registrate negli Stati Uniti. La società ha inoltre richiamato l’impatto atteso del calo dei prezzi del bestiame sul valore delle scorte di animali vivi acquistate in precedenza.

La nuova guidance ha provocato una brusca reazione a Wall Street, dove il titolo Tyson ha perso circa il 7%, mentre le azioni di Smithfield Foods e Pilgrim’s Pride sono scese di circa il 2%. L’industria statunitense della carne bovina attraversa da tempo una fase critica, dopo che una siccità persistente nelle regioni occidentali del Paese ha danneggiato i pascoli e costretto molti allevatori a ridurre le mandrie.

A comprimere ulteriormente l’offerta ha contribuito anche la sospensione delle importazioni di bovini dal Messico, disposta per impedire l’ingresso negli Stati Uniti di un pericoloso parassita del bestiame. Gli scambi con il Messico sono ripresi soltanto recentemente e in misura limitata, senza riuscire finora a riequilibrare completamente il mercato.

Nel mese di luglio il prezzo medio della carne bovina macinata magra ed extramagra ha raggiunto 8,41 dollari per libbra, segnando un incremento superiore al 38% rispetto a cinque anni prima. La questione è diventata anche politica, con l’amministrazione Trump impegnata nel tentativo di contenere i rincari prima delle elezioni di metà mandato di novembre.

Il presidente ha firmato un provvedimento volto ad aumentare le importazioni statunitensi di carne bovina macinata, mentre il Dipartimento di Giustizia sta conducendo accertamenti sulle cause degli elevati prezzi al consumo. Le misure annunciate hanno contribuito a ridurre le quotazioni dei bovini, suscitando però le proteste degli allevatori e penalizzando il valore delle scorte detenute dalle aziende di trasformazione.

Per reagire alla crisi Tyson ha avviato un vasto piano di razionalizzazione, accompagnato dalla chiusura di impianti e dalla riduzione di migliaia di posti di lavoro. Nel corso dell’anno il gruppo ha chiuso un grande stabilimento di lavorazione delle carni bovine in Nebraska e ridimensionato l’attività di un’altra struttura in Texas. Ad agosto la società aveva inoltre annunciato l’intenzione di chiudere o vendere altri tre siti dedicati alla lavorazione e al confezionamento delle carni.

Secondo l’amministratore delegato Donnie King, queste iniziative dovrebbero cominciare ad alleggerire la pressione sui costi con l’ingresso nell’esercizio fiscale 2027. Gli analisti ritengono tuttavia che il nuovo taglio delle previsioni confermi condizioni più difficili del previsto nel breve periodo, nonostante gli interventi sulla capacità produttiva. Alle criticità sul fronte dell’offerta si aggiunge infine la debolezza della domanda, perché i prezzi elevati e la pressione sui bilanci familiari stanno rendendo i consumatori più selettivi.

Tyson ha segnalato in particolare una maggiore cautela nella spesa discrezionale e un contesto più complesso per i consumi nei ristoranti e negli altri canali del foodservice. Le famiglie con redditi più bassi tendono infatti a orientarsi verso alternative meno costose, prodotti a marchio del distributore e proposte maggiormente convenienti. La combinazione tra carenza di bovini, costi elevati, oscillazioni delle quotazioni e consumi prudenti continuerà dunque a pesare sulla redditività del gruppo almeno fino alla conclusione dell’esercizio 2026.

Facebook
Twitter
LinkedIn
Pinterest
Pocket
WhatsApp
Non perdere niente! Iscriviti alla nostra newsletter.

Lascia un commento