L’inflazione dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche nel Regno Unito dovrebbe raggiungere il 3,9% a dicembre 2026, un livello nettamente inferiore rispetto alle precedenti previsioni, che indicavano una crescita dei prezzi compresa tra il 9 e il 10% entro la fine dell’anno. La Food and Drink Federation ha rivisto al ribasso le proprie stime dopo il rallentamento dell’inflazione registrato negli ultimi mesi, risultato più marcato del previsto grazie alla capacità delle imprese di assorbire una parte degli aumenti e a pressioni energetiche inizialmente più contenute rispetto agli scenari peggiori.
Secondo il nuovo rapporto dell’associazione britannica, il tasso medio di inflazione alimentare dovrebbe attestarsi al 2,8% nel corso del 2026, offrendo un parziale sollievo alle famiglie e alla distribuzione in vista del decisivo periodo commerciale natalizio. La frenata, tuttavia, potrebbe avere carattere temporaneo, perché i produttori continuano a confrontarsi con l’aumento dei costi dell’energia, delle materie prime, dei trasporti, della logistica e degli imballaggi, ai quali si aggiungono nuovi oneri fiscali e normativi.
Le tensioni provocate dal conflitto in Medio Oriente hanno infatti spinto i prezzi del gas a più del doppio dei livelli osservati nel febbraio 2026, mentre il diesel è rincarato del 28,6% dall’inizio della crisi. Anche le principali materie prime agricole hanno registrato forti aumenti: il prezzo del grano è salito del 45%, quello del riso del 60%, lo zucchero del 27% e il caffè del 22%, mentre il cacao ha più che raddoppiato il proprio valore.
I prodotti agricoli coltivati nel Regno Unito sono aumentati di quasi il 10% nell’ultimo anno, risentendo anche degli effetti delle condizioni meteorologiche estreme che hanno colpito il Paese e diverse aree dell’Europa. La siccità e il fenomeno El Niño hanno danneggiato i raccolti e ridotto la disponibilità di frutta, verdura e cereali, aggravando una situazione già resa complessa dall’instabilità dei mercati energetici e delle catene internazionali di approvvigionamento.
Per la FDF, queste pressioni torneranno progressivamente a trasferirsi sui prezzi al consumo nel corso del prossimo anno, quando l’inflazione alimentare dovrebbe raggiungere in media il 5,5%. Il punto massimo è previsto nel luglio 2027, con un tasso del 6,4%, seguito da un rallentamento che lascerà comunque la crescita dei prezzi al di sopra delle medie storiche anche nella seconda parte dell’anno.
La direttrice generale della FDF, Karen Betts, ha sottolineato che le imprese alimentari hanno cercato di mantenere i prezzi più bassi possibile durante lo shock energetico, limitando l’impatto immediato sulle famiglie. La capacità dei produttori di assorbire ulteriori rincari sarebbe però ormai vicina al limite, soprattutto per le aziende esposte contemporaneamente agli aumenti dell’energia, degli ingredienti, della logistica e del packaging.
Senza interventi del governo destinati a ridurre il peso dei costi produttivi, secondo l’associazione i consumatori britannici dovranno quindi affrontare aumenti prolungati anche nel 2027. Dal 2020 i prezzi alimentari nel Regno Unito sono già cresciuti di quasi il 40%, riducendo sensibilmente il potere d’acquisto delle famiglie. Un carrello settimanale che all’inizio del 2020 costava 100 sterline vale oggi circa 138,60 sterline e, qualora le nuove previsioni si concretizzassero, potrebbe arrivare a circa 147,50 sterline entro l’estate del 2027.
La revisione delle stime rappresenta comunque un miglioramento significativo rispetto all’allarme lanciato nei mesi scorsi, quando le possibili interruzioni dei flussi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz avevano fatto temere un’inflazione superiore al 9% entro dicembre. Supermercati e consumatori potranno dunque beneficiare di un maggiore margine di respiro durante le festività natalizie, ma il rapporto della FDF avverte che le cause strutturali degli aumenti non sono state superate e potrebbero tornare a pesare con maggiore intensità nel corso del prossimo anno.



















