Il mercato statunitense del vino attraversa una fase di rallentamento che si riflette sulle esportazioni italiane, penalizzate dalla contrazione dei consumi, dalle tensioni commerciali e dalle oscillazioni valutarie. Secondo i dati dell’Osservatorio di Unione Italiana Vini, elaborati su base Istat, nel primo semestre 2026 l’export vinicolo italiano ha superato i 3,6 miliardi di euro, registrando una flessione del 6,2% a valore e del 4% a volume. Il calo ha interessato nove dei primi dieci mercati di destinazione, con una contrazione particolarmente significativa negli Stati Uniti, dove le vendite sono diminuite del 14,1%, attestandosi a 849 milioni di euro.
A pesare non sono soltanto i quantitativi esportati, ma anche i prezzi medi, diminuiti del 2,3% a livello complessivo e del 7,8% sul mercato americano. È quanto emerge da un’analisi di Marta Bonati, Country Director di Ebury Italia, che richiama l’attenzione sull’impatto del rischio valutario per le imprese vinicole italiane, anche quando le transazioni commerciali vengono effettuate in euro.
La debolezza del mercato statunitense trova conferma nel 2026 BMO Wine Market Report, secondo cui nel 2025 la spesa dei consumatori americani per il vino ha superato i 115 miliardi di dollari, in crescita del 3%, a fronte di un’ulteriore riduzione dei volumi acquistati. Le spedizioni dirette dalle cantine ai consumatori sono diminuite del 15% a volume, fermandosi a 5,4 milioni di casse, mentre il valore è sceso del 6%, a 3,7 miliardi di dollari.
Le difficoltà coinvolgono anche la produzione interna. In California, principale area vinicola americana, nel 2025 sono state pigiate 2,762 milioni di tonnellate di uva, il 6,1% in meno rispetto all’anno precedente, con una flessione dell’11,1% per le varietà rosse destinate alla vinificazione. Il prezzo medio delle uve è inoltre diminuito del 3,9%.
In questo contesto, secondo Ebury, il rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro rappresenta un ulteriore elemento di pressione per gli esportatori italiani. Quando le vendite vengono fatturate in dollari, le oscillazioni del cambio possono modificare direttamente il controvalore in euro degli incassi. La fatturazione in euro elimina invece l’esposizione valutaria diretta del produttore, trasferendola all’importatore statunitense, senza però cancellarne le conseguenze commerciali.
Un dollaro più debole aumenta infatti il costo degli acquisti per l’importatore americano, che può scegliere di ridurre i propri margini, aumentare i prezzi al consumo oppure chiedere sconti e rinegoziazioni ai fornitori italiani. Il rischio valutario può quindi tradursi in una riduzione degli ordini o in una maggiore pressione sui listini.
Dazi e oscillazioni dei cambi finiscono così per incidere contemporaneamente sulla competitività del vino italiano, in un mercato caratterizzato da consumi in diminuzione e margini più contenuti. Secondo l’analisi di Ebury, per le aziende esportatrici diventa quindi importante considerare il rischio cambio non soltanto nella gestione finanziaria delle transazioni, ma anche nella definizione delle strategie commerciali e dei prezzi sui mercati internazionali.



















