Inflazione e pressione fiscale pesano sul retail britannico, persi 122mila posti di lavoro

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L’aumento dei prezzi alimentari e dell’inflazione continua a preoccupare le famiglie britanniche, mentre il settore della distribuzione chiede al governo interventi per contenere i costi delle imprese ed evitare nuovi rincari. Secondo un sondaggio condotto da Opinium su oltre 2.000 adulti per conto del British Retail Consortium (BRC), l’83% dei cittadini del Regno Unito si dice preoccupato per la crescita dei prezzi dei prodotti alimentari, mentre l’82% teme gli effetti dell’inflazione. Dati che arrivano alla vigilia della presentazione della manovra di bilancio e confermano quanto il costo della vita rimanga una delle principali questioni economiche del Paese.

Le preoccupazioni trovano riscontro nell’ultimo Shop Price Monitor del BRC, che a ottobre ha registrato un’inflazione dei prezzi nei negozi del 2,1%, il livello più elevato da febbraio 2024. Per i prodotti alimentari l’incremento su base annua ha raggiunto il 2,9%, aumentando la pressione sui bilanci familiari.

Secondo l’associazione, i retailer stanno cercando di assorbire una parte dei maggiori costi per limitare gli aumenti al consumo, ma il crescente peso fiscale rende sempre più difficile questa strategia. Nel 2026/27 il settore dovrà sostenere 41 miliardi di sterline di imposte sulle imprese, con un incremento del 20% nell’arco di due anni. La distribuzione, insieme alla ristorazione e all’ospitalità, presenta inoltre una delle aliquote fiscali effettive più elevate dell’economia britannica, pari al 72% degli utili, contro il 41% del settore finanziario.

Un ulteriore aggravio potrebbe arrivare nell’aprile 2027, quando le imposte sugli immobili commerciali sono destinate ad aumentare del 3,5%, in linea con l’indice dei prezzi al consumo di settembre. Per il retail, che già sostiene un quinto di queste imposte nel Regno Unito, ciò significherebbe circa 250 milioni di sterline di costi aggiuntivi.

La pressione fiscale si riflette anche sull’occupazione. Negli ultimi due anni i costi del lavoro per i retailer sono aumentati di 6,5 miliardi di sterline, di cui oltre 2 miliardi riconducibili alle modifiche dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro. Nello stesso periodo il settore ha perso 122.000 posti di lavoro, riducendo la propria capacità di offrire nuove opportunità occupazionali.

Il tema assume particolare rilevanza per i giovani, considerando che un lavoratore britannico su cinque inizia la propria carriera nella distribuzione. A settembre il comparto ha annunciato l’obiettivo di creare 100.000 opportunità lavorative entro la fine della legislatura per i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione, i cosiddetti NEET, attualmente quasi un milione nel Paese.

Per sostenere consumatori e imprese, il BRC chiede alla cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves di innalzare da 5.000 a 6.000 sterline la soglia contributiva per i datori di lavoro, congelare l’aumento delle imposte sugli immobili commerciali legato all’inflazione ed esentare i punti vendita dal moltiplicatore fiscale previsto per gli immobili di valore elevato.

«Il messaggio dei cittadini è chiaro: il costo della vita rimane una preoccupazione fondamentale», ha dichiarato Helen Dickinson, amministratrice delegata del British Retail Consortium, sottolineando che famiglie, imprese e governo condividono l’obiettivo di alleggerire la pressione sui bilanci domestici e affrontare la crisi occupazionale giovanile. Secondo Dickinson, ogni sterlina destinata a tasse e adempimenti normativi è una risorsa sottratta alla possibilità di contenere i prezzi e creare occupazione. Per questo, conclude, una manovra favorevole ai negozi e ai consumatori rappresenterebbe anche un sostegno alle comunità locali.

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