L’export alimentare britannico continua a perdere slancio e registra il peggior inizio d’anno degli ultimi dieci anni, al netto del periodo della pandemia. È quanto emerge dal Trade Snapshot della Food and Drink Federation (FDF), che fotografa un settore sempre più sotto pressione tra dazi statunitensi, effetti della Brexit e aumento dei costi produttivi.
Nel primo trimestre del 2026 le esportazioni di alimenti e bevande del Regno Unito sono diminuite del 4,8% rispetto allo stesso periodo del 2025, fermandosi a 5,7 miliardi di sterline. Ancora più marcato il calo dei volumi, scesi dell’8,9% a 2 miliardi di chilogrammi: si tratta del terzo peggior risultato per un primo trimestre dal 2000 e di volumi inferiori di circa un terzo rispetto al periodo precedente alla Brexit, nel 2019.
In controtendenza si muovono le importazioni, cresciute del 2,6% fino a 16,3 miliardi di sterline, ampliando ulteriormente il divario commerciale del comparto alimentare britannico. Gli acquisti dai Paesi extra Ue sono aumentati del 4,2%, più del doppio rispetto a quelli provenienti dall’Unione Europea (+1,9%), con forti incrementi da Nuova Zelanda (+24,7%), Sudafrica (+17,8%) e Brasile (+14,7%), a conferma della progressiva diversificazione delle forniture dopo la Brexit.
Il rallentamento dell’export è stato determinato soprattutto dai mercati extraeuropei, dove le vendite sono diminuite dell’11%. A pesare è soprattutto il mercato statunitense: le esportazioni verso gli Usa sono crollate del 28%, risentendo dei dazi introdotti nell’aprile 2025. Nello stesso periodo le importazioni alimentari dagli Stati Uniti sono invece aumentate dell’11,5%, facendo precipitare il surplus commerciale britannico con Washington da 359 a 110 milioni di sterline, il livello più basso dalla Brexit.
Il report evidenzia inoltre che gli Stati Uniti stanno conquistando quote di mercato nel Regno Unito mentre i produttori britannici le perdono oltreoceano. Tra i prodotti più penalizzati figurano il whisky (-27%), il salmone (-45,6%), il gin (-17,8%) e gli alimenti per l’infanzia (-28,8%), mentre solo la birra mostra una crescita significativa (+23,9%).
Non vanno meglio gli altri mercati strategici. Le esportazioni verso i Paesi del CPTPP sono diminuite dell’11,3%, mentre quelle dirette in India sono scese del 16,6% in volume. Anche la Cina registra un forte arretramento (-18,5%), mentre in Europa calano i principali sbocchi commerciali, con Irlanda (-6,3%) e Francia (-5,8%) in valore.
Tra i principali prodotti esportati, il salmone è quello che registra il peggior andamento, con una flessione di circa il 40% sia in valore sia in volume. In controtendenza crescono invece le esportazioni di carne bovina (+36,5%) e di agnello (+24,4%), che rappresentano i comparti più dinamici del trimestre.
La FDF richiama inoltre l’attenzione sull’aumento dei costi di produzione. Il prezzo delle materie prime e degli ingredienti importati, come gli imballaggi in plastica, resta del 38,6% superiore ai livelli del gennaio 2020 e potrebbe aumentare ulteriormente a causa delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
Secondo l’associazione, il governo dovrebbe concentrarsi sul rafforzamento della competitività delle imprese piuttosto che sulla sospensione dei dazi per i prodotti finiti importati. La FDF osserva infatti che quasi il 90% dei prodotti interessati dalle misure proposte entra già nel Regno Unito senza dazi e che un’ulteriore liberalizzazione avrebbe effetti limitati sui prezzi al consumo, aumentando invece la concorrenza per i produttori nazionali. L’obiettivo del settore rimane quello di portare le esportazioni di alimenti e bevande a 35 miliardi di sterline entro il 2035, ma secondo la federazione serviranno politiche di sostegno agli investimenti, all’innovazione e all’accesso ai mercati internazionali per invertire la tendenza.



















