Prezzi in risalita e costi alla produzione in aumento: rischio nuova ondata inflattiva nel grocery Uk

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Il ritorno dell’inflazione nel Regno Unito si consolida nei dati di marzo e riporta al centro del dibattito il rischio di nuove pressioni sui prezzi, soprattutto nel comparto alimentare e lungo la filiera della distribuzione. L’indice dei prezzi al consumo è salito al 3,3% su base annua, in accelerazione rispetto al 3,0% di febbraio, mentre l’inflazione food ha raggiunto il 3,7%, segnando un’inversione di tendenza dopo mesi di relativa stabilizzazione.

A certificare il cambio di passo sono i dati dell’Office for National Statistics, che evidenziano i primi effetti del conflitto in Medio Oriente sui prezzi, in particolare attraverso il canale energetico. Il rincaro dei carburanti ha rappresentato il principale driver dell’aumento: i prezzi dei combustibili per autotrazione sono cresciuti dell’8,7% su base mensile, il balzo più forte dal giugno 2022, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina.

Il rialzo dei costi energetici si riflette anche a monte della filiera. I prezzi alla produzione (factory gate prices) hanno registrato un incremento superiore alle attese, segnalando un potenziale ulteriore trasferimento dei rincari sui prezzi al consumo nei prossimi mesi.

Il quadro resta articolato. Se da un lato l’inflazione core – al netto di energia, alimentari, alcol e tabacco – è scesa al 3,1% dal 3,2%, indicando una moderazione delle pressioni più strutturali, dall’altro l’inflazione nei servizi è salita al 4,5%, un livello attentamente monitorato dalla Bank of England perché considerato indicativo delle dinamiche di fondo dell’economia.

Prima dell’escalation geopolitica, la banca centrale prevedeva un ritorno dell’inflazione vicino al target del 2% già in primavera. Tuttavia, lo shock energetico ha modificato le prospettive: le stime più recenti indicano un possibile rialzo verso il 3,5% entro la metà del 2026.

Uno scenario ulteriormente rafforzato dalle previsioni del International Monetary Fund, che ipotizza un picco inflattivo intorno al 4% nei prossimi mesi, a conferma di un contesto ancora volatile. Per il retail, e in particolare per la grande distribuzione alimentare, le implicazioni sono rilevanti. L’aumento dei costi energetici e logistici tende a trasmettersi rapidamente lungo la supply chain, comprimendo i margini e spingendo verso ritocchi dei listini.

Secondo British Retail Consortium, i segnali di questa dinamica sono già visibili: mentre nel non alimentare la competizione continua a esercitare una pressione deflattiva su categorie come abbigliamento e calzature, nel grocery i costi in aumento stanno riportando l’inflazione su un sentiero di crescita. Il rischio è quello di una replica, almeno parziale, dello shock inflattivo osservato nel 2022-2023, quando energia e materie prime avevano spinto rapidamente verso l’alto i prezzi alimentari.

Sul fronte della politica monetaria, il quadro resta incerto. La Bank of England dovrebbe mantenere invariati i tassi nella prossima riunione, anche alla luce di un mercato del lavoro meno dinamico, che potrebbe limitare la trasmissione dei rincari ai salari e quindi contenere le pressioni inflattive di fondo. I mercati finanziari scontano tuttavia la possibilità di uno o due rialzi dei tassi entro fine anno, mentre la maggior parte degli economisti ritiene probabile una fase di stabilità nel 2026. In questo contesto, il nodo resta la capacità del sistema distributivo di assorbire gli shock senza trasferirli integralmente sui consumatori. Un equilibrio delicato, soprattutto per le fasce di reddito più basse, più esposte all’aumento dei prezzi alimentari. Il 2026 si conferma così un anno di transizione per il retail britannico, sospeso tra nuove pressioni inflattive, incertezza geopolitica e una domanda ancora fragile.

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