Caffè, cinque Paesi concentrano il 70% delle esportazioni mondiali

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Brasile e Vietnam concentrano quasi la metà della produzione mondiale di caffè, mentre appena cinque Paesi rappresentano circa il 70% delle esportazioni globali. Una concentrazione che espone il mercato internazionale alle conseguenze delle crisi climatiche e delle difficoltà produttive, con ripercussioni sui prezzi e sui redditi di circa 25 milioni di agricoltori. È quanto emerge da un’analisi della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, che richiama l’attenzione sulla necessità di rafforzare la resilienza del settore e creare maggiori opportunità economiche nei Paesi produttori.

Il caffè è una delle materie prime agricole più commercializzate al mondo, con una filiera che coinvolge milioni di persone nelle attività di coltivazione, trasformazione, distribuzione e vendita. La forte dipendenza da un numero limitato di aree produttive rappresenta tuttavia un elemento di vulnerabilità, soprattutto in una fase caratterizzata da condizioni meteorologiche sempre più imprevedibili.

Siccità, gelate e precipitazioni eccessive hanno compromesso i raccolti in alcune delle principali regioni di coltivazione, contribuendo alle forti oscillazioni delle quotazioni internazionali. A questi fattori si aggiungono la diffusione di parassiti e malattie, l’aumento dei costi di produzione, le tensioni geopolitiche e i ritardi nei trasporti, che possono accentuare gli squilibri tra domanda e offerta.

Secondo la FAO, le conseguenze di queste perturbazioni si distribuiscono in maniera disomogenea lungo la filiera, con i produttori agricoli generalmente più esposti alle variazioni dei prezzi internazionali. Una crisi in Brasile o Vietnam, proprio per il peso dei due Paesi sul mercato mondiale, può rapidamente ripercuotersi sugli scambi commerciali e sulle quotazioni anche nelle altre aree geografiche.

Per ridurre questi rischi, l’organizzazione sottolinea l’importanza di investire in sistemi agricoli più resistenti ai cambiamenti climatici, innovazione tecnologica, prevenzione delle malattie delle piante e strumenti di gestione del rischio. Fondamentale anche una maggiore trasparenza dei mercati, attraverso informazioni aggiornate sulle condizioni dei raccolti, sulle scorte, sui flussi commerciali e sull’andamento dei prezzi.

Un’altra questione riguarda la distribuzione del valore economico generato dal settore. Gran parte del caffè coltivato nei Paesi a basso e medio reddito viene infatti esportata sotto forma di chicchi verdi, mentre le successive attività di lavorazione, tostatura, confezionamento e commercializzazione si svolgono prevalentemente in altri mercati.

La FAO individua quindi nuove opportunità nello sviluppo delle attività di trasformazione nei Paesi produttori, nel miglioramento della qualità, nelle certificazioni e nella valorizzazione dei marchi, strumenti che potrebbero consentire alle economie agricole di trattenere una quota maggiore del valore creato lungo la filiera.

L’obiettivo è rendere il mercato mondiale del caffè meno vulnerabile agli shock produttivi e commerciali, favorendo al tempo stesso una maggiore competitività delle imprese agricole e migliori prospettive di reddito per le comunità rurali. Un percorso che richiede investimenti e una collaborazione più stretta tra produttori, commercianti, torrefattori, distributori e istituzioni, per garantire uno sviluppo economicamente e ambientalmente sostenibile del settore.

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