Il 2025 si è chiuso in territorio negativo per il vino italiano, confermando una fase complessa per uno dei comparti simbolo dell’export agroalimentare nazionale. Secondo i dati illustrati da Nomisma Wine Monitor, le esportazioni hanno registrato un calo del 3,6% a valore rispetto al 2024, pari a circa 300 milioni di euro e 400 mila ettolitri in meno. Una contrazione che trova origine soprattutto nella debolezza di alcuni mercati chiave. Il Nord America e l’Europa extra-Ue sono le aree che hanno inciso maggiormente sulla flessione complessiva, mentre i Paesi dell’Unione Europea – che rappresentano ancora il 40% dell’export a valore – hanno mostrato una dinamica positiva, contribuendo a contenere le perdite.
Il quadro è stato tracciato da Denis Pantini, Responsabile di Nomisma Wine Monitor, durante un intervento a Vinitaly 2026 organizzato da Federvini. Un contesto in cui emerge chiaramente come il rallentamento non riguardi solo l’Italia, ma coinvolga tutti i principali esportatori mondiali, penalizzati da una generale contrazione dei consumi e degli acquisti di vino sui mercati internazionali. Dal lato della domanda, pochi Paesi fanno eccezione. Germania, Svizzera e Brasile registrano infatti una crescita delle importazioni a valore, mentre mercati fondamentali mostrano segnali negativi: gli Stati Uniti segnano un calo del 12%, il Regno Unito del 6%, il Canada del 12% e la Cina addirittura del 15%. Un quadro che riflette non solo la debolezza della domanda, ma anche fattori macroeconomici come la svalutazione del dollaro.
Le difficoltà si riflettono anche sulle principali denominazioni italiane. Tra i vini Dop, resistono i rossi fermi piemontesi e i bianchi toscani, in crescita sia a valore sia a volume. Andamento misto invece per i bianchi siciliani, che crescono a valore ma arretrano nei volumi. Caso emblematico quello del Prosecco, che registra una flessione a valore ma un incremento dei volumi esportati. Tra i mercati, quello che continua a destare maggiore preoccupazione resta quello statunitense, primo sbocco per il vino italiano. L’incertezza legata alle politiche commerciali e doganali dell’amministrazione Donald Trump rappresenta un elemento di rischio per un mercato oggi difficilmente sostituibile.
Proprio per questo, il tema della diversificazione geografica diventa centrale nelle strategie di medio periodo. In questa direzione si inserisce l’accelerazione dell’Unione Europea sugli accordi di libero scambio, strumenti chiave per favorire l’accesso a nuovi mercati e rafforzare la tutela delle denominazioni. Le opportunità si concentrano in particolare nell’area Mercosur, ma anche in Paesi come India e Australia. Le analisi di Nomisma evidenziano inoltre interessanti prospettive in mercati emergenti e in crescita. Incrociando i dati sull’export italiano di vini imbottigliati con le previsioni sul Pil pro-capite, emergono potenzialità rilevanti in Polonia e Corea del Sud, oltre che in Messico, Perù, Colombia e Thailandia. Anche in Europa, Paesi come Repubblica Ceca e Romania mostrano segnali positivi.



















