Crisi di Hormuz, FAO lancia l’allarme: “Rischio inflazione alimentare e shock globale senza sblocco dei traffici”

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Le navi cariche di input agricoli strategici devono tornare a transitare al più presto nello Stretto di Hormuz per evitare una nuova impennata dei prezzi alimentari globali, con effetti a catena simili a quelli osservati dopo la pandemia di Covid-19. È l’avvertimento lanciato dalla Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO), che richiama governi e istituzioni internazionali a un intervento rapido.

“Il tempo stringe” ha dichiarato il capo economista della FAO, Máximo Torero, sottolineando come i calendari agricoli rendano i Paesi più poveri particolarmente esposti alla scarsità e al rincaro di fertilizzanti ed energia. Il rischio concreto è una riduzione delle rese agricole già nei prossimi mesi, con conseguente aumento dei prezzi delle materie prime e dell’inflazione alimentare nel 2026 e oltre.

Secondo l’analisi dell’organizzazione, tra il 20% e il 45% delle esportazioni globali di input agricoli chiave dipende dal passaggio marittimo nello stretto. Un eventuale blocco prolungato avrebbe quindi un impatto immediato sui mercati, notoriamente poco elastici, dove anche piccoli shock nei volumi possono tradursi in forti rialzi dei prezzi.

Il quadro attuale appare ancora relativamente stabile: l’indice FAO dei prezzi alimentari di marzo ha registrato variazioni contenute grazie a una buona disponibilità di cereali. Tuttavia, le tensioni stanno emergendo già ad aprile e potrebbero intensificarsi a maggio, quando gli agricoltori saranno chiamati a decidere cosa e quanto seminare, anche in funzione della disponibilità di fertilizzanti e dei prezzi energetici.

“Ci troviamo in una crisi degli input, non vogliamo trasformarla in una catastrofe”, ha spiegato David Laborde, evidenziando come le scelte politiche e commerciali dei prossimi mesi saranno determinanti per evitare uno scenario peggiore.

Uno dei principali rischi riguarda la possibile riallocazione delle coltivazioni verso i biocarburanti, favorita dall’aumento dei prezzi del petrolio, con conseguente riduzione dell’offerta alimentare globale. La FAO invita quindi i Paesi a valutare con attenzione i mandati sui biocarburanti e, soprattutto, a evitare restrizioni alle esportazioni di energia e fertilizzanti, che in passato hanno amplificato le crisi.

In caso di perdurare delle tensioni nello stretto, l’organizzazione suggerisce misure preventive, tra cui il ricorso a strumenti finanziari multilaterali per garantire l’accesso ai fertilizzanti ai Paesi più vulnerabili. Tra le opzioni indicate figurano le linee di finanziamento del Fondo Monetario Internazionale e meccanismi dedicati sul modello della “Food Shock Window”, già utilizzati nelle crisi recenti.

La FAO ha inoltre sviluppato una mappatura dei fabbisogni basata sui calendari agricoli, per prioritizzare gli interventi nei Paesi più esposti. L’obiettivo è evitare interruzioni nelle semine che potrebbero compromettere non solo i raccolti del 2026, ma anche quelli del 2027.

Le implicazioni macroeconomiche appaiono rilevanti: un aumento dell’inflazione alimentare potrebbe spingere i governi ad adottare politiche di contenimento dei prezzi, con effetti su tassi di interesse e crescita economica globale. In parallelo, la compressione dei margini agricoli rischia di mettere fuori mercato molti produttori, aggravando ulteriormente la crisi dell’offerta.

Rispetto al 2022, i rischi risultano oggi ancora più elevati, anche alla luce della possibile concomitanza con eventi climatici estremi come El Niño. In questo scenario, la FAO parla apertamente di una “tempesta perfetta” che potrebbe colpire i sistemi alimentari globali.

“La differenza la faranno le azioni che prenderemo ora”, avverte Torero. E conclude: il blocco dello Stretto di Hormuz non è una calamità naturale, ma una crisi che i governi possono e devono risolvere rapidamente per evitare conseguenze durature sull’economia e sulla sicurezza alimentare mondiale.

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