La crisi geopolitica in Medio Oriente torna a colpire le filiere alimentari globali e a mettere sotto pressione i prezzi al consumo. Il gruppo Lactalis, primo operatore mondiale nel lattiero-caseario, ha avvertito che il conflitto legato all’Iran sta già provocando blocchi logistici, ritardi nelle consegne e un aumento dei costi destinato a riflettersi sugli scaffali nel 2026. Il nodo principale riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il commercio globale, che ha costretto l’azienda a deviare le rotte marittime. Una scelta obbligata ma onerosa, che comporta tempi di trasporto più lunghi, maggiore domanda di rotte alternative e un conseguente aumento dei noli marittimi.
A pesare è anche la natura deperibile dei prodotti: diverse spedizioni di burro e panna risultano ferme in mare o nei porti, con il rischio concreto di deterioramento prima dell’arrivo a destinazione. Un elemento che evidenzia come le tensioni geopolitiche si traducano rapidamente in inefficienze lungo tutta la catena del freddo. “Dovremo trasferire questi costi ai clienti: sarà il tema chiave del 2026”, ha dichiarato il presidente Emmanuel Besnier. L’incremento dei prezzi, ha precisato, dovrebbe attestarsi su “pochi punti percentuali”, lontano però dai rincari del 20-25% registrati tra il 2022 e il 2023 dopo la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina.
Il contesto resta comunque inflattivo. Secondo la Food and Agriculture Organization, i prezzi alimentari globali hanno toccato a marzo il livello più alto degli ultimi sei mesi e sono destinati a crescere ulteriormente nei prossimi mesi. Sul fronte istituzionale, la ministra francese dell’Agricoltura Annie Genevard ha già convocato un tavolo con produttori e distribuzione per discutere la ripartizione degli extracosti lungo la filiera, segnale di una crescente tensione anche nei rapporti tra industria e retail.
Nonostante il quadro complesso, Lactalis chiude il 2025 con risultati in crescita: il fatturato ha raggiunto 31,2 miliardi di euro (+2,9%), mentre l’utile netto è salito a 528 milioni (1,7% delle vendite), rispetto ai 359 milioni dell’anno precedente. A frenare i ricavi ha contribuito anche l’apprezzamento dell’euro, in particolare rispetto al dollaro e al real brasiliano.
Il gruppo, fondato nel 1933, continua intanto a rafforzare la propria presenza internazionale. Nel 2025 ha acquisito le attività yogurt di General Mills negli Stati Uniti, inclusi marchi come Yoplait, diventando il terzo operatore nel mercato americano dei latticini freschi. Le vendite nelle Americhe hanno così superato per la prima volta i 10 miliardi di euro.
Più recente è l’accordo per rilevare il business globale consumer di Fonterra per 4,22 miliardi di dollari neozelandesi, operazione che punta a raddoppiare la presenza in Asia e Oceania.
Le acquisizioni hanno però spinto l’indebitamento a 6,3 miliardi di euro, massimo degli ultimi tre anni, e continueranno a pesare anche nel 2026, limitando nuove operazioni straordinarie nel breve termine. In questo scenario, la crisi nello Stretto di Hormuz rappresenta un ulteriore banco di prova per l’intero settore agroalimentare: tra logistica sotto pressione, costi in aumento e consumi più fragili, il rischio è una nuova ondata di inflazione alimentare, con effetti diretti sulla GDO e sui bilanci delle famiglie.



















