Nel Regno Unito torna a salire l’attenzione sull’inflazione alimentare, con le imprese che indicano un possibile ritorno verso livelli più elevati nel corso del 2026, in un contesto segnato da costi energetici, logistici e agricoli ancora sotto pressione. È quanto emerge dall’ultimo report della Bank of England, che raccoglie le percezioni delle aziende sulle condizioni economiche e sull’andamento dei prezzi nel Paese.
Secondo l’istituto centrale, l’inflazione dei beni di consumo resta fortemente concentrata sul comparto food, con un aumento annuo attualmente compreso tra il 3% e il 4%, ma con timori crescenti per un’accelerazione nei prossimi mesi. Le imprese interpellate indicano infatti che l’inflazione alimentare potrebbe salire fino al 6-7% nel corso del 2026, un livello superiore alle precedenti attese che indicavano un progressivo raffreddamento.
A pesare sono soprattutto i rincari lungo la filiera, a partire dall’energia e dai trasporti, oltre alle tensioni sui mercati agricoli, che continuano a riflettersi sui costi industriali e distributivi. Un segnale in questa direzione arriva anche dai dati ufficiali diffusi dall’Office for National Statistics, che a marzo registrano un incremento del 3,7% per i prezzi di alimentari e bevande analcoliche, in accelerazione rispetto al 3,3% del mese precedente.
Ma le stime del settore appaiono ancora più severe. La Food and Drink Federation prevede infatti un’inflazione alimentare compresa tra il 9% e il 10% entro la fine del 2026, delineando uno scenario di ulteriore pressione sui consumatori.
Secondo l’economista capo dell’associazione, Liliana Danila, il conflitto in Iran ha generato uno shock sui costi troppo elevato per essere assorbito integralmente dall’industria. Un impatto che, sottolineano gli operatori, non si trasmette immediatamente ai prezzi al consumo, ma richiede tempo per propagarsi lungo la filiera.
I contratti di lungo periodo tra produttori, fornitori e retailer possono infatti ritardare fino a un anno il pieno trasferimento degli aumenti, creando un effetto “ritardato” sull’inflazione finale. Diversa la dinamica per i prodotti meno trasformati o caratterizzati da supply chain più corte, dove l’adeguamento dei prezzi risulta più rapido e diretto.
In assenza di interventi pubblici, il quadro delineato è quello di una crescita graduale ma persistente dell’inflazione food, destinata a intensificarsi nel corso dell’anno. Per la distribuzione moderna e per l’industria alimentare, lo scenario implica nuove sfide sul fronte dei margini e della gestione dei listini, in un contesto in cui la sensibilità dei consumatori al prezzo resta elevata.
La combinazione tra costi in aumento e domanda debole rischia infatti di comprimere ulteriormente la redditività, soprattutto nei segmenti più esposti alla competizione promozionale. Per la GDO, in particolare, il ritorno di tensioni inflattive sul carrello potrebbe tradursi in una maggiore pressione sulle strategie di pricing e sulla leva promozionale, con un possibile rafforzamento del ruolo delle private label.
Allo stesso tempo, la volatilità dei costi rende più complessa la pianificazione commerciale e la definizione dei contratti di fornitura. Il quadro che emerge dal Regno Unito rappresenta così un segnale rilevante anche per il mercato europeo, dove dinamiche analoghe potrebbero riproporsi nei prossimi mesi. In un contesto globale ancora instabile, l’inflazione alimentare si conferma quindi uno dei principali fattori di rischio per l’intera filiera agroalimentare.



















