La guerra commerciale con gli Usa ridisegna gli assortimenti delle insegne canadesi

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La crescente volontà dei consumatori canadesi di privilegiare i prodotti nazionali e boicottare quelli statunitensi sta modificando gli assortimenti dei supermercati, costringendo le insegne a rendere più chiara l’origine delle merci e, contemporaneamente, a individuare nuove fonti di approvvigionamento capaci di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.

Il movimento “Buy Canadian”, nato lo scorso anno dopo l’introduzione dei dazi americani sulle merci canadesi, si è infatti rafforzato nelle ultime settimane in seguito alla rottura dei negoziati commerciali tra Ottawa e Washington, alimentando tra i clienti una maggiore attenzione verso la destinazione del denaro speso e il ruolo economico delle proprie scelte d’acquisto.

In Ontario, Giancarlo Trimarchi, presidente della catena indipendente Vince’s Market, ha utilizzato Facebook per mostrare ai consumatori che la maggior parte della frutta e della verdura presente nei suoi quattro punti vendita dell’area metropolitana di Toronto è di origine canadese, dopo aver ricevuto email e commenti critici per la presenza sugli scaffali di prodotti provenienti dagli Stati Uniti.

Secondo quanto riportato da Reuters, l’insegna ha portato la quota di ortofrutta canadese a circa il 90% dell’assortimento e ha cominciato ad acquistare fragole dal Québec anziché dal mercato statunitense, ma questa trasformazione ha aumentato i costi operativi, tanto da indurre Trimarchi a ridurre il budget destinato alla pubblicità per compensare almeno in parte le maggiori spese.

“Prima dovevamo trovare un equilibrio tra qualità e prezzo, mentre ora dobbiamo considerare anche il Paese d’origine” ha spiegato l’imprenditore, sintetizzando una difficoltà che riguarda un numero crescente di distributori, chiamati a rispondere alle aspettative dei clienti senza compromettere la sostenibilità economica dell’offerta.

La nuova sensibilità dei consumatori ha spinto anche Loblaw, il maggiore retailer alimentare del Canada, a ripristinare nei reparti ortofrutticoli e dei freschi i grandi cartelli con la foglia d’acero, utilizzati per rendere immediatamente riconoscibili i prodotti nazionali, e a reintrodurre una specifica etichetta per segnalare gli articoli colpiti dai dazi.

Metro, terzo gruppo della distribuzione alimentare canadese, ha confermato che continuerà a dare priorità alle produzioni locali, mentre Gary Sands, vicepresidente della Canadian Federation of Independent Grocers, ritiene che nella mentalità dei cittadini si sia ormai verificato un cambiamento permanente, destinato a influenzare il mercato anche oltre l’attuale crisi commerciale.

Il riequilibrio degli approvvigionamenti resta tuttavia complesso, poiché il Canada è il quinto maggiore importatore mondiale di ortaggi freschi in termini di valore e gli Stati Uniti continuano a rappresentare il suo principale fornitore, davanti al Messico, nonostante una progressiva riduzione della propria quota.

Secondo gli ultimi dati governativi citati da Reuters, a luglio la percentuale delle importazioni canadesi di verdura provenienti dagli Stati Uniti era scesa al 62,6%, rispetto al 69% dello stesso mese del 2023, mentre più della metà della frutta acquistata all’estero continuava comunque ad arrivare dal mercato americano.

Anche i comportamenti individuali stanno cambiando, come dimostra il caso di John Ambard, ingegnere informatico di Toronto che controlla le etichette e svolge ricerche online sulle aziende per individuare i prodotti realmente canadesi, nella convinzione che sostenere marchi, imprese e istituzioni nazionali rappresenti un modo concreto per aiutare il Paese.

La possibilità di costruire una filiera completamente autonoma deve però fare i conti con i rigidi inverni canadesi, durante i quali i supermercati dipendono dalle coltivazioni in serra, dalle scorte di ortaggi conservabili e soprattutto dalle importazioni, che nella maggior parte dei casi rimangono economicamente più convenienti rispetto alle alternative locali.

Il governo canadese ha quindi programmato investimenti per circa 3 miliardi di dollari canadesi nell’arco di dieci anni, destinati alla costruzione di serre e all’aumento della produzione nei mesi più freddi, con il duplice obiettivo di rafforzare l’autosufficienza alimentare e contenere un’inflazione dei generi alimentari che resta tra le più elevate del G7.

Nel frattempo alcuni operatori hanno già iniziato a diversificare gli acquisti, rivolgendosi maggiormente a Paesi come Spagna, Brasile e Honduras, una strategia che, secondo Gordon Dean, proprietario di Mike Dean Local Grocer, permette di costruire catene di fornitura più articolate e di collocare le imprese in una posizione più sicura.

A frenare questa trasformazione contribuiscono però anche le diverse normative vigenti nelle province canadesi, che rendono più difficile trasferire i prodotti alimentari da una parte all’altra del Paese e mantengono numerosi supermercati legati ai fornitori situati oltre il confine meridionale.

Secondo Mike von Massow, docente di economia alimentare e agricola all’Università di Guelph, il nazionalismo sta prevalendo, almeno in parte, sulle valutazioni economiche, ma un futuro miglioramento dei rapporti con Washington potrebbe favorire un ritorno verso le merci americane, spesso più economiche rispetto alle alternative disponibili.

Anche in caso di una distensione politica, tuttavia, il rapporto commerciale tra Canada e Stati Uniti potrebbe non tornare più alla situazione precedente, perché la ricerca di nuovi fornitori ha già reso le reti di approvvigionamento più diversificate, mentre i consumatori hanno maturato una maggiore consapevolezza sull’origine dei prodotti e sulle conseguenze economiche delle proprie scelte.

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