I prezzi alimentari mondiali sono destinati a tornare a crescere con forza entro la fine dell’anno, interrompendo la fase di riduzione registrata nell’ultimo triennio: secondo un nuovo rapporto dell’assicuratore del credito Atradius, l’aumento dovrebbe raggiungere l’11,6% quest’anno, seguito da un ulteriore rincaro del 4,8% nel 2027, in uno scenario condizionato dalla combinazione tra tensioni geopolitiche, costi energetici elevati e condizioni climatiche sempre più sfavorevoli.
Il conflitto in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno determinato un aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, mettendo sotto pressione agricoltori, industrie di trasformazione, distributori e famiglie, poiché i maggiori costi si ripercuotono su ogni fase della filiera, dalla semina alla raccolta fino alla lavorazione, alla conservazione e al trasporto degli alimenti.
Secondo Atradius, l’impatto della crisi del Golfo è ormai percepibile lungo l’intera catena produttiva mondiale e sta restringendo i margini delle imprese, che incontrano crescenti difficoltà nel trasferire integralmente i rincari sui prezzi finali senza indebolire ulteriormente una domanda già frenata dalla perdita di potere d’acquisto dei consumatori.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono gli eventi meteorologici estremi, con temperature eccezionalmente elevate e periodi prolungati di siccità che stanno riducendo le rese agricole sia in Europa sia negli Stati Uniti, dove all’inizio di giugno più della metà del territorio risultava interessata da condizioni siccitose, per un totale di circa 250 milioni di acri di terreni agricoli coinvolti.
Nell’Europa occidentale, il caldo persistente e la scarsità di precipitazioni potrebbero aggiungere oltre un punto percentuale all’inflazione alimentare del prossimo anno e, nello scenario più sfavorevole, l’impatto potrebbe arrivare fino a tre punti, soprattutto nei comparti agricoli maggiormente dipendenti dalla disponibilità di acqua e più esposti alle variazioni delle rese.
Un forte fenomeno El Niño nel Pacifico rappresenta un ulteriore fattore di rischio, poiché potrebbe compromettere i raccolti, ridurre le disponibilità di numerose materie prime e ostacolare gli scambi agricoli internazionali, con conseguenze particolarmente pesanti per le economie emergenti, maggiormente dipendenti dalle importazioni e caratterizzate da una più elevata incidenza della spesa alimentare sui bilanci familiari.
Anche la guerra in Ucraina continua ad alimentare l’incertezza, dal momento che gli attacchi contro porti, terminali di carico e infrastrutture strategiche possono rallentare le esportazioni, rendere più instabili le forniture e provocare nuove tensioni sulle quotazioni internazionali dei cereali e degli altri prodotti agricoli.
L’insieme di questi fattori sta modificando profondamente anche le abitudini di acquisto, con consumatori sempre più orientati verso prodotti meno costosi, promozioni e beni considerati essenziali, mentre le marche del distributore e i discount guadagnano quote di mercato e le famiglie riducono le spese discrezionali, confrontando con maggiore attenzione prezzi, formati e quantità.
Per Sharon Benfer, senior underwriter di Atradius, gli attuali rincari stanno rafforzando una tendenza già visibile prima delle più recenti tensioni internazionali, perché i consumatori statunitensi ed europei mostravano da tempo una maggiore sensibilità al prezzo degli alimenti, espressione di una vera e propria stanchezza nei confronti degli aumenti accumulati negli ultimi anni.
Sebbene alcune quotazioni siano diminuite recentemente, il livello complessivo dei prezzi resta strutturalmente superiore a quello precedente alla pandemia, come mostrano i dati di Oxford Economics, secondo cui nel 2021 i prezzi alimentari mondiali erano saliti del 29,9% rispetto all’anno precedente, mentre nel 2022 l’incremento era stato del 14,2%.
A quella fase era seguito un triennio di progressiva flessione, con diminuzioni del 9,2% nel 2023, del 7,6% nel 2024 e del 5,7% nel 2025, ma il rialzo previsto per il 2026 segnerebbe una netta inversione di tendenza, pur con differenze rilevanti tra materie prime, mercati e aree geografiche.
Per le aziende alimentari il problema non riguarda soltanto l’aumento delle spese operative, ma anche il peggioramento del rischio di credito, poiché la pressione sui margini potrebbe tradursi in ritardi nei pagamenti e insolvenze, soprattutto tra gli operatori con elevati consumi energetici, minore capacità contrattuale o una forte dipendenza da un numero limitato di fornitori e materie prime.
Produttori e trasformatori dovranno quindi rafforzare la diversificazione degli approvvigionamenti e il controllo dei costi, mentre i retailer saranno chiamati a difendere la redditività senza perdere competitività, ampliando le gamme convenienti e le proposte capaci di rispondere alla crescente attenzione dei clienti per il rapporto tra prezzo, qualità e quantità.
Per le famiglie, infine, il nuovo aumento si tradurrà in un’ulteriore pressione sul potere d’acquisto, soprattutto nei Paesi in cui redditi e salari crescono meno rapidamente dei prezzi, facendo del biennio 2026-2027 una nuova prova per un settore alimentare mondiale stretto tra instabilità geopolitica, cambiamento climatico e consumatori sempre più prudenti.


















