Gli Stati Uniti modificano nuovamente il proprio sistema tariffario. Con la scadenza del regime temporaneo generalizzato al 10%, l’amministrazione Trump introduce dazi basati sulla Section 301 del Trade Act del 1974 nei confronti di 60 economie, motivando l’intervento con la mancata adozione o applicazione di divieti efficaci sull’importazione di beni prodotti attraverso il lavoro forzato.
Il nuovo schema prevede due livelli principali. L’aliquota è fissata al 10% per i partner che hanno già introdotto un divieto, adottato misure parziali oppure assunto impegni con Washington. Sale invece al 12,5% per le economie che, secondo l’amministrazione statunitense, non hanno ancora istituito un sistema adeguato.
Per l’Unione europea e Taiwan il meccanismo funziona come un tetto complessivo: il dazio Section 301 si aggiunge all’aliquota ordinaria della nazione più favorita soltanto fino a raggiungere il 10%. Se la tariffa già applicata è pari o superiore a questa soglia, non viene introdotto un prelievo aggiuntivo. Per Giappone, Corea del Sud e Svizzera il limite complessivo è invece fissato al 12,5%.
Canada, Messico, Regno Unito e India rientrano tra le economie soggette all’aliquota del 10%. Per Cina, Vietnam e gli altri Paesi non inseriti nelle categorie agevolate si applica il 12,5%, al quale possono sommarsi ulteriori misure tariffarie già previste da altri provvedimenti.
«Gli Stati Uniti vietano da quasi un secolo l’importazione di prodotti realizzati con lavoro forzato», ha dichiarato il rappresentante statunitense per il Commercio Jamieson Greer, sostenendo che anche i partner internazionali debbano adottare e applicare standard analoghi.
Restano escluse alcune categorie di prodotti, comprese le merci già interessate da tariffe settoriali e una serie di materie prime o beni considerati essenziali per l’economia americana. La Casa Bianca ha motivato le esenzioni con la necessità di evitare carenze, aumenti eccessivi dei costi o interruzioni nelle catene di approvvigionamento.
Il provvedimento apre una nuova fase nei rapporti commerciali tra Washington e i principali partner internazionali. Per le imprese europee l’aliquota complessiva resta contenuta entro il 10%, ma cresce la complessità del quadro doganale, soprattutto per i prodotti già soggetti a tariffe ordinarie o a misure settoriali.
Parallelamente, gli Stati Uniti stanno portando avanti indagini sulle politiche di sovrapproduzione di diversi partner, tra cui Unione europea, Cina, Messico e India. Il rischio è che all’attuale schema possano aggiungersi ulteriori interventi, ampliando l’incertezza per esportatori e filiere internazionali.



















