La produzione di carne suina in Cina continua ad aumentare anche nel 2026, sostenuta soprattutto dai miglioramenti della produttività degli allevamenti e dall’incremento delle macellazioni. Tuttavia, l’abbondanza di offerta sul mercato interno sta comprimendo i prezzi e riducendo la necessità di ricorrere alle importazioni.
Secondo i dati del National Bureau of Statistics, nel primo trimestre dell’anno la produzione di carne suina ha raggiunto 16,7 milioni di tonnellate, con un incremento del 4,2% rispetto allo stesso periodo del 2025. Nello stesso arco temporale sono stati macellati 200,3 milioni di suini, in crescita del 2,8% su base annua.
La Cina, che rappresenta circa la metà della produzione mondiale di carne suina, sta però cercando di riequilibrare domanda e offerta. Il Governo ha infatti avviato un piano per ridurre il patrimonio di scrofe fino a 36,5 milioni di capi, rispetto ai 39,6 milioni registrati alla fine del 2025, limitando anche i pesi di macellazione intorno ai 120 chilogrammi e restringendo l’accesso a crediti e sussidi.
Secondo le previsioni dell’USDA, la produzione cinese dovrebbe attestarsi nel 2026 a circa 59,5 milioni di tonnellate, sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, grazie al bilanciamento tra maggior numero di capi macellati e riduzione del peso delle carcasse.
Sul fronte dei prezzi, il mercato continua a risentire della debolezza della domanda. Tra gennaio e il 17 giugno il prezzo medio dei suini vivi si è attestato a 11,3 yuan al chilogrammo, in calo del 27% rispetto allo stesso periodo del 2025. Dopo una lieve ripresa a inizio anno, le quotazioni si sono stabilizzate da aprile grazie anche agli acquisti effettuati dalle autorità per ricostituire le riserve pubbliche di carne suina.
Anche i prezzi all’ingrosso della carne hanno seguito la stessa dinamica. Nella settimana conclusa il 22 giugno il valore medio nazionale era pari a 14,5 yuan al chilogrammo, circa il 28% in meno rispetto a un anno fa.
Per la seconda metà del 2026 gli analisti prevedono un moderato recupero delle quotazioni, favorito dalla riduzione del patrimonio riproduttivo. L’aumento sarà però limitato da consumi ancora deboli, con molti consumatori orientati verso proteine meno costose come uova, tofu e prodotti a base di soia.
L’eccesso di offerta ha inciso anche sugli scambi internazionali. Nei primi cinque mesi del 2026 le importazioni cinesi di carne suina sono diminuite del 30%, scendendo a 314 mila tonnellate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
L’Unione Europea mantiene comunque il ruolo di principale fornitore della Cina, nonostante i dazi antidumping introdotti da Pechino. La Spagna si conferma il primo esportatore, seguita da Brasile e Regno Unito, mentre gli Stati Uniti continuano a perdere quote di mercato a causa delle tensioni commerciali e dei dazi reciproci.
Anche le importazioni di frattaglie hanno registrato una flessione complessiva, pur restando dominate dai Paesi dell’Unione Europea con una quota del 52%. Il Regno Unito ha invece aumentato la propria presenza sia nelle forniture di carne suina sia in quelle di frattaglie.
Secondo Rabobank, nella seconda parte dell’anno le importazioni cinesi potrebbero tornare gradualmente a crescere con il restringimento dell’offerta domestica. Per gli esportatori britannici il quadro resta moderatamente positivo, ma il rallentamento della spesa dei consumatori e le incertezze geopolitiche rendono necessario diversificare gli sbocchi commerciali, puntando anche sui mercati emergenti del Sud-Est e dell’Asia orientale.



















